30/06/11

22. io SONO, io FACCIO... Day TWENTYTWO (30 giugno 2011)


 In apertura alcune brevi riflessioni sul “punto di vista dell’autore”. Un articolo di Repubblica (sezione Cultura), apparso lo scorso martedì, parlava di alcuni saggi che trattano l’argomento del punto di vista del narratore all’interno dell’universo della narrativa (fiction e non) contemporanea. Per farla breve si andavano a toccare gli argomenti C-S-S, da me riassunti in questa sigla che racchiude una triplice modalità, di cui si parlava nell’articolo:
Camilleri – Saviano – Scurati.
Tre nomi esemplari di tendenze o di modi di pensare, senza entrare nel merito dei singoli autori, di cui ho una conoscenza approssimativa, si può dire che ognuno di essi rappresenti o, nel caso di Scurati, abbia parlato (uno tra i tanti), delle tendenze del romanzo nei nostri tempi “morti”. E così salta fuori che quello che va per la maggiore è il romanzo di genere, per quanto rinnovato, e qui sta Camilleri (e ci stanno Lucarelli, Malvaldi, ecc), oppure il romanzo di non-fiction, in cui un super-Io come quello di Saviano (per dire il più celebre) si cala nelle vesti di guida e ci accompagna laddove a noi è impossibile entrare. Infine c’è ciò che per Scurati, tanto per parlare di un altro romanziere italiano, è un pericolo ormai divenuto realtà da tanti anni. Raccontare senza fare esperienza, vivere una vita mediata e poi riversare nei romanzi vite inautentiche, realtà mai esperite, al massimo sentite alla tv. Questo è un discorso molto interessante e complesso, anche io ritengo che, come persona prima di tutto, occorra fare esperienza. Avere amici che ne fanno altrettante e scambiare opinioni con loro. Altrimenti si finisce a parlare di cose di cui non si sa nulla, a pontificare distanti da una realtà che resta chiusa là fuori. Io ho la necessità, attualmente, di raccontare (scrivere) storie che parlino del presente. Non mi pongo, almeno mentalmente (poi c’è da fare i conti con le capacità…) limiti di generi e tematiche, sono aperto ad ogni genere che possa descrivere al meglio la storia che voglio raccontare. Da Palandri a Stephen King, da Dostoevskij a Palahinuk, da Ellis a Aldo Nove, ecc ecc. Ogni storia ha un suo stile, ha i suoi personaggi, così come ogni realtà e situazione di cui si va a parlare. Per raccontare la realtà di Oggi, le storie del presente, ho deciso (almeno per quello che sto scrivendo e che ho scritto) di utilizzare la prima persona, l’Io, non tanto perché siano miei diari autobiografici, quanto perché ritengo che, oggi più che mai, utilizzare un narratore onnisciente sia una falsità. Quando un romanzo che vuole parlare di Oggi, è scritto al passato remoto divento subito diffidente. Io credo che servano il presente, l’immersione in qualcosa che Non è già accaduto, e che dunque si vive in contemporanea col protagonista, e che debba essere vissuto in prima persona, una prima persona “contemporanea”, non un Io che racconta dall’alto della sua esperienza già terminata (al tempo passato). Un Io che si fa “io”, piccolo, incerto, pieno di domande. Per fortuna non tutti la pensano come me, altrimenti sai che palle tutti i romanzi scritti così! Il mio punto di vista, e il mio modo di esprimermi attraverso la scrittura, è questo. Almeno per ora, in futuro chissà…
Oggi ho una sonno boia, la mente va ed è dura concentrarsi, ma devo farcela. Inizio alle 16:15, al fresco della biblioteca. È necessario fare il punto, capire un attimo quello che è stato detto e integrare, ho notato che c’è poca descrizione degli ambienti, dovrò ovviare anche a questa cosa. Scrivo e sistemo alcune cose, e alle 18:10 mi fermo a quota 31.600 parole
Simone ricorda un’esperienza vissuta con il suo amico Nicola (che si è suicidato durante la sua assenza), ricorda il loro legame.
La canzone del giorno la dedico a un amico che non vedo da qualche tempo, ma con cui ho vissuto avventure degne di questa canzone e di una delle parti del romanzo scritte oggi. Però so che lui non si è ridotto male, e mi piace ancora ricordarlo così, perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane.
A domani...

Gli stretti cunicoli si diramano per diversi metri, uno dopo l’altro. Il primo sarà alto poco più di un metro, ma quello lo abbiamo già percorso diverse volte. Ci mettiamo carponi, io davanti e Nicola dietro, e camminiamo fino a che la galleria non incontra quella successiva. L’aria è stantìa, ci sono polvere e ragnatele dappertutto. La signora Franca, la nonna di Nicola, non perde l’occasione per ripeterci che ci sono un sacco di ratti liggiù, in cantina. Ma credo che lo dica più per scoraggiarci a perseguire le nostre operazioni top-secret, che non perché esistano reali pericoli. Ci vuole bandire da quel labirinto magico che ci fa sognare, che ci rende dei piccoli Indiana Jones, coraggiosi esploratori delle viscere di casa sua. Ovviamente io e Nicola non abbiamo mai nemmeno tenuto in considerazione l’ipotesi di obbedire, o semplicemente di farci intimidire da tali pericoli. Non appena avevamo finito di annuire davanti alla figura corpulenta di sua nonna, correvamo davanti al suo computer, uno dei primi IBM, e scrivevamo la nostra missione del giorno. Quel pomeriggio dovevamo essere giunti alla Missione Sottosuolo Numero Dodici, questa volta avremmo dovuto spingerci fino in fondo, fino a scoprire cosa si celava nell’ultimo cunicolo, quello più stretto e buio, quello che avevamo soprannominato lo Stretto del diavolo. Io reggo tra i denti una piccola torcia a pile, che proietta una luce flebile, in grado di illuminare una ventina di centimetri di fronte a me. Gattoniamo lentamente, evitando di procurarci grandi escoriazioni alle ginocchia. Il suolo è un ammasso di polvere, ruvido cemento ricoperto da strati di detriti, segno dell’ottuso passare del tempo. Nicola è dietro di me, lui regge tra le labbra la lastra di rame sulla quale abbiamo inciso il nome della missione e i nostri nomi. Quella è la targa da depositare in fondo allo Stretto del diavolo, il nostro trofeo, il segno che testimonierà il nostro passaggio. La prova tangibile che siamo due esploratori, che la nostra impresa è stata compiuta e che resterà lì sepolta per l’eternità. […]”

29/06/11

21. L'afa non può soffocare anche le parole... Day TWENTYONE (29 giugno 2011)

Stiamo per salutare il mese di giugno, e sta per comniciare il countdown. Mancano una dozzina di giorni, viste le pause fatte e da fare lungo il percorso, e questo esperimento sarà concluso. Il caldo è devastante, le cose da dire sono tante, oggi mi sono dedicato a spaziare orizzontalmente, più riflessione e meno azione. Domani occorre dare una spinta alla storia, mi sembra che ci siano ancora molte questioni da affrontare, ma il tempo c'è. Il viaggio di Lucia e Simone continua, così come il loro cambiamento. Il vuoto del passato viene colmato dalle lettere della madre e dai ricordi di Valencia, a breve avremo anche un altro personaggio (per ora solo accennato), e un grande approfondimento sul padre. Si andrà a parlare di amore (parolone), scrittura (epistolare e in forma di diario), senso della realtà e verità... insomma i temi che accompagnano sin dall'idea ibrida iniziale il romanzo. Il caldo e la montagna di impegni, e la voglia di tempo libero, rendono questi giorni una lotta, ma mi sono imposto di non scendere dal ring! Ho apportato qualche modifica di tempo (da 10 anni a 5, ovvero siamo nel 2006), con il breve estratto (non riletto ahimè) si capisce (uno dei) perché, dopo averci pensato a lungo ritengo che dieci anni siano un lasso di tempo eccessivo, in particolare nel XXI° secolo. 5 anni sono sufficienti, e mi consentono di parlare di un'Italia meno connessa in rete, e priva di quel senso di speranza (e voglia di cambiamento)  che sembra stia finalmente affiorando...
La canzone del giorno e buona serata a tutti, a presto


"[...] Io e Lucia facciamo colazione nella prima stazione di servizio che incontriamo lungo l’autostrada. Abbiamo deciso di rimetterci subito in viaggio, ora che abbiamo una meta concreta ci è parso scontato rituffarci sull’autostrada e muoverci il più rapidamente possibile, non tanto perché temevamo l’insorgere di dubbi o di ripensamenti, piuttosto perché consapevoli del fatto che quella era la nostra strada, vogliosi di percorrerla divorando l’asfalto metro dopo metro.
Ordiniamo due crossaint e due caffè, e io mi metto a sfogliare uno di quei giornali gratuiti che ormai  si trovano un po’ dappertutto. Le notizie principali sono fatte di ricordi, ripetizioni di azioni già accadute tempo prima. Mi chiedo se sia più l’intenzione di ricordare, portando ad una riflessione sui fatti del passato, o se sia il vuoto dei giorni che stiamo vivendo, l’assenza di cambiamenti e azioni reali nel nostro presente, a far si che si parli sempre di altro. Di qualcosa di vecchio, di già passato. Come se il nostro tempo non potesse esistere se non con i modi di ciò che è già stato, ibridati dal nuovo modo di essere che ci è stato veicolato da un trentennio di nuova televisione. È come se vivessimo in un nosocomio attrezzato per la peste, quando oggi si muore di cancro e di depressione. I fogli che stringo tra le mani mi sembrano fatti unicamente di annunci mortuari, esortazioni all’impotenza dell’azione, di qualsiasi azione, e accettazione della realtà per come ci è descritta quotidianamente. In seconda pagina si continua a parlare del mondiale vinto dall’Italia lo scorso mese, del trionfo di Germania, dei nostri eroi che hanno sconfitto gli eterni nemici francesi. Ci sono immagini di feste di piazza, di folle con il tricolore, di urla di gioia e di striscioni che insultano nei modi più svariati la popolazione d’oltralpe. Mi chiedo che senso abbia tutto questo, che senso hanno queste offese, questo astio contro una popolazione della quale non si conosce altro che Zidane e la torre Eiffel. L’Italia che ho lasciato cinque anni fa, ammutolita e schierata dalla parte dei telegiornali, giusto perché creavano un’opinione facile e univoca giorno per giorno senza il bisogno di stare troppo a pensarci, l’Italia del G8 e di un ragazzo ucciso con un colpo alla testa da un poliziotto, non mi sembra cambiata. Dall’indignazione si è passati all’esultanza, senza correre il rischio di prendersi responsabilità, capaci di agire e trovare senso di appartenenza solo se schierati contro un nemico, o dalla parte di chi (ci dicono) sia più forte.[...]"

28/06/11

20. Giornata piena, ma non si molla... Day TWENTY (28 giugno 2011)

Lavoro ai campi estivi (per uno dei bambini sono Giuseppe Rossi, il calciatore del Villareal, ovviamente ringrazio, anche se lo diceva per la somiglianza somatica visto che non mi ha mai visto giocare. Per sua fortuna, altrimenti ciao Giuseppe Rossi!), visita dal dottore, farmacia e vita privata incombono, la giornata di oggi sarà, per forza di cose, poco prolifica da un punto di vista quantitativo. Non c'è tempo nemmeno di accendere il portatile dotato di videocamera per la foto! Quando mi capita di avere così poco tempo, mi metto a pensare alla storia che sto scrivendo, alla sua evoluzione, ai personaggi, a cosa sta per capitargli, a dove finiranno nelle prossime pagine. Il disegno è sempre più definito nella mia testa, un po’ di immaginazione unita ai manuali e a tutti i libri letti (a cui vanno aggiunti film, fumetti e spettacoli di teatro), rendono meno arduo il procedere della stesura. L’operazione qualitativa e di miglioramento avverrà alla fine del mese, ciò che conta ora è la storia, con i suoi personaggi. Non allontanarsi dalla strada maestra rischiando di prendere viuzze buie e senza ritorno, continuare a creare episodi che mettano a fuoco le problematiche centrali, senza mai essere ridondanti o banali. Far succedere cose, fare cambiare i personaggi… e poi vedremo che accadrà, giorno per giorno.
Una canzone del giorno che profuma di estate, di libertà, e che rende onore a chiunque ami la propria terra e lotti per difenderla…
ecco un pezzetto del romanzo (un dialogo tra Simone e Lucia…) non corretto/riletto.
A domani!

[…] “Guarda dove ci hanno portati le scelte facili, gli stipendi garantiti, i Don Sebastiano, il relax di una serata davanti alla tv, che poi sono diventate tutte le serate, compresi i sabati e le domeniche pomeriggio. La sicurezza dei soldi e dell’abitazione ci ha portati a chiuderci sempre di più, a costruire cancelli, a mettere le inferriate alle finestre. E non parlo solo di cose materiali, parlo anche di noi. Abbiamo imparato, ci siamo abituati, a chiuderci in noi stessi, a guardare con ammirazione una generazione che ci ha sempre detto di fare “a modo”, di seguire il loro modello, e oggi, solo oggi, assistiamo alla distruzione di quel modello. Loro non potevano saperlo, sono cresciuti in questo modo, per loro era giusto tutto questo, ma noi abbiamo il dovere di capirlo, dovremmo almeno provare a essere migliori, a essere diversi, da loro. Non credi?
Dovremmo avere ambizioni diverse dalle loro, sogni che non siano gli stessi che facevano loro quarant’anni fa, quando avevano vent’anni, sogni che siano autenticamente nostri. Senza avere paura di non essere compresi, senza aver paura di sbagliare, perché altrimenti rimarremo sempre uguali, non cresceremo mai, accontentandoci di una vita che scorre su binari che non sono i nostri, e che scorrono verso qualcosa di cupo, come dimostra l’evoluzione della società coltivata da loro, i nostri genitori. Cazzo, lo dice anche Don Sebastiano che perseverare è diabolico” […]

27/06/11

19. Scrivere è vivere, ma che ansia... Day NINETEEN (27 giugno 2011)


La mattina corre veloce al campo estivo, il pomeriggio è da dedicare al riposo e alla scrittura. Si comincia alle 16:10 in biblioteca, al fresco dell’aria condizionata. Oggi la voglia è tanta, speriamo porti a risultati migliori di ieri…

Arrivo quasi a quota 30.000 parole. Alle 17:40 è fatta! Ora è tempo di mettere a posto un racconto, poi tutta la serata è libera. Facendo un piccolo bilancio sul metodo, posso ribadire che è snervante. La propensione all’invenzione, al riempimento della pagina bianca, ce l’ho. Neanche volendo lascerei una pagina bianca, le idee ci sono sempre (per fortuna), il problema è che scrivere così tanto ogni giorno, pur portando a risultati (anche qualitativi) soffoca la parte riflessiva, la creazione di un “grande disegno”. Questo esperimento sarà portato a termine, e aiuterà (me e chiunque lo userà) a interiorizzare ritmi di lavoro folli, però il metodo che preferisco prevede pause, letture, riflessioni. Il blog porta via altrettanto tempo, perciò vivo in uno stato ansioso, come se la mia più grande passione mi incatenasse. Devo tenere duro, probabilmente mi ritaglierò una pausa nel weekend, anche perché devo recarmi in quel di Parma per una web series, vedremo… l’obiettivo sarà raggiunto, ma Io necessito di pause, altrimenti è la (mia) fine. Un abbraccio, e una canzone del giorno, prima del romanzo (Simone si apre con Lucia durante il loro viaggio...). Infine un invito a commentare pubblicamente, qui sul blog. Molti amici mi mandano i loro pensieri via sms, innescati da qualche riga sul blog. Metteteli qui, non perché mi interessi veder aumentare il numero di commenti, ma perché è interessante condividere opinioni di persone intelligenti e pensanti quali io vi reputo!
A presto in attesa di domani e della visita dal dottore per guarire il mio occhio sinistro caludicante…!

“[…] - Credo sia la realtà, sono adulta ormai e cerco di vedere le cose con la massima obbiettività. Mi ritengo una persona oggettiva, non sono una stupida, ma forse è da troppo tempo che non ti vedo, forse stiamo solo cercando di riconoscerci

-   Tieni, dopo la doccia leggiti queste. Non chiedermi nulla, sta tutto scritto nelle lettere. Sono di mia madre, le ha scritte quando me ne sono andato, e non le ha mai spedite. Penso di avere capito perché, anche se fino al punto in cui sono arrivato, pare non avere ancora deciso se mandarle o meno. Ciò che è successo evita ogni dubbio, le ho trovate nascoste in casa, ma conoscendola sono convinto di sapere perché lo ha fatto.

-   Credi sia stata una sorta di punizione?

-   Al contrario, leggendo capirai. Mia madre era come un mulo, testarda e dura, ma anche capace di assumere su di sé pesi enormi, carichi mastodontici, che nessun altro sarebbe stato in grado di assumersi. E lo faceva silenziosamente, come se fosse una cosa normale. Credo che abbia deciso di tenermi lontano dal suo dolore, credo che abbia voluto preservarmi da ogni sofferenza, lasciandomi il tempo di assorbire la botta e ripartire, senza rendermi responsabile di alleviare un dolore che io stesso provavo.

Lucia mi ascolta in silenzio, prende le lettere che le passo, le prime sedici, e le custodisce tra le sue mani, come se quelle che le ho passato fossero qualcosa di molto più sacro che della carta con scritte sopra parole con un inchiostro nero. Le osserva e mi dice una parola, una sola parola, facendomi capire che quelle che stringe tra le mani sono il mio passato, sono una grande parte di me, e di mia madre, e condividendole con lei ho deciso di aprirle un varco, una piccola crepa attraverso la quale farsi strada dentro di me e provare a capirmi.
Grazie, mi dice mentre le appoggia sul cuscino e se ne va in bagno. E quando sento l’acqua della doccia scendere con violenza e schizzare le pareti trasparenti del box, mi rendo contro di essermi spinto laddove non ero andato mai. Nel corso degli anni mi ero accorto del mondo di menzogne in cui vivevo, ma l’aver preso coscienza dei miei problemi, l’aver analizzato la mia vita per la prima volta, non aveva significato avere il pieno controllo su di essa. Capire non significa agire, pensare significa esistere (dicono), ma esistere, essere, non significa immediatamente intervenire sul mondo per cambiare le cose. Se fino all’altro ieri avevo capito qualcosa in più su di me, e sulla mia vita, con questo viaggio, e poi con il gesto di qualche minuto fa, ho cominciato a riprendere possesso della mia vita. Ho deciso, ho agito. Ora non resta che aspettare e continuare a compiere scelte, per vedere in che modo, e in che quantità, saremo responsabili dei nostri destini. […]”

26/06/11

18. La domenica afosa... Day EIGHTEEN (26 giugno 2011)


Domenica afosa, di pranzi al ristorante e partite di calcetto con gli amici. La necessità di leggere e di fare sport è impellente, devo ritagliarmi un po' di tempo, questo metodo di lavoro porta a risultati concreti e psicologicamente è fantastico (nonsotante l'impegno folle) perché fornisce un metodo di lavoro che, una volta acquisito, potrai usare a tuo modo, aumentando gli spazi di tempo libero, ma non fa proprio per me. Preferisco lavorare con più calma. Ora però bisogna darci, tirare dritto e farcela!
La mattina sveglia presto, ore 8:15, e sessione di scrittura. Mi fermo poco prima della quota giornaliera, è tempo di leggere leggere leggere, e poi, nel pomeriggio, devo scaricare la tensione tornando sui campi di calcio a cinque. Ho trascorso questi giorni tra le pagine scritte dall'ex partigiano francese Hessel, e la sua esortazione a noi giovani: dovete avere qualcosa che vi faccia Indignare (non è così scontato avere una ragione ponderata per incazzarsi, e non lamentarsi invano...). Indignarsi porta a combattere, a Resistere, e resistere è creare. Questo ci dice il buon Hessel, ricordando la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948), bisogna tendere verso quei diritti che abbiamo completamente perso di vista.
Le altre letture, assolutamente fantastiche, riguardano il mio (quasi) compaesano Tondelli (il classico Altri libertini), il Paul Auster della trilogia newyorkese (da Leggere, non aggiungo altro), il Jean-Paul Sartre de Il muro e Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Quattro autori diversissimi, ma necessari. Necessari a chiunque ami la letteratura, la scrittura e la vita. In particolare i primi tre trascendono abbondantemente l'idea di gusto, possono piacere o meno, ma vanno (andrebbero) letti.
Prima di salutarci vorrei innescare una piccola riflessione-dibattito sullo Zoo di 105. Ieri sera ho visto il loro spettacolo dal vivo, ovviamente uno spin-off per i fan piuttosto che una vera puntata, a molti neofiti non è piaciuto per niente da quanto mi hanno detto. Ritengo che lo Zoo (che ha un pubblico di milioni di spettatori, solo su Facebook ha 1milone e mezzo di fan, prima Pagina per fan del social network in Italia) sia una trasmissione eccezionale, un ibrido del nuovo che verrà. è ancora molto demenziale, stupida e infantile per certi aspetti ma, al contempo, riesce a mescolare satira, sciocchezze, argomenti pop e cultura, utilizza al meglio gli strumenti digitali, i conduttori intrattengono alla perfezione e, personalmente, credo siano molto divertenti. Sanno prendersi in giro, ma sanno anche essere seri, non hanno peli sulla lingua e insultano con linguaggio medio (popolare) personaggi squallidi. Loro, essendo terra a terra, accettando gli insulti del pubblico, arrivano laddove nessun politico, nessun movimento arriva. Alla Gente, per dirla Brutta "alle masse". Forse questo, così come il passaparola on-line per il referendum, è il primo passo, incerto, folle, balordo, poco colto ed eccessivamente pop, verso il nuovo. Bisogna sicuramente parlare anche di altro e fare altro, ma il Modo in cui lo fanno loro credo sia un punto di partenza, l'autoironia e la capacità di farsi ascoltare e capire da tutti, il non avere peli sulla lingua, ne avrebbero bisogno parecchi "radical chic" e politici di tutti gli schieramenti di una cura del genere. Ogni volta che ascolto lo Zoo, oltre a divertirmi, penso che qualcosa di innovativo, di diverso c'è, sotto quella demenzialità, tra quelle stronzate, avverto un'aria nuova. E voi?
La canzone del giorno (che non è una canzone!) dedicata a Luca, ringraziandolo del regalo Di Natale che mi ha fatto!
Un pugno di romanzo e buona serata, a domani...
Ricomincia il lavoro e si scrive!
"[...] Tiro l’acqua e le faccio cenno di uscire, io mi nascondo dietro la porta che rimarrà aperta, è giunto il momento di sperare.
Amanda fa un passo fuori dalla porta e Alex la vede, io osservo la scena da un piccolo spiraglio che c’è tra lo stipite della porta e la parete. Alex le fa cenno di muoversi, di avvicinarsi a lui. Amanda si avvicina lentamente, come se stesse camminando in punta di piedi.

  • E tu che cazzo ci fai qui dentro?
  • Il bagno… il bagno era occupato, c’era gente e io… dovevo…
  • No!

Alex sta dando di matto, ora si regge la testa tra le mani e la scuote vistosamente.

  • Non dovevi entrare qui, cazzo! Non hai letto la targhetta che c’è sulla porta? Pri-va-do! Sei nei guai piccola
  • Non ho fatto niente di male, ti chiedo scusa. Ho solo usato il bagno e ora torno di là
  • No no no no no no no, ferma ferma, stai correndo. Eppure io te l’ho detto che non mi piace essere inculato, che mi hanno già fregato e che questo è il mio turno. Tu non vai da nessuna parte, ora che lo hai visto.

Alex punta la pistola verso Amanda e le indica il pavimento.

  • in ginocchio
  • Alex, ma non ho fatto niente, davvero ho
  • In ginocchio cazzo!

Alex è fuori di sé, la prende per il braccio e la scaglia con violenza a terra. Amanda si mette in ginocchio di fronte a lui, vedo i suoi occhi, vedo le grandi spalle di Alex. La porta d’uscita è a pochi passi da lei. Alex le apre la bocca e le infila la piccola canna lucente della sua pistola tra i denti. Gira la pistola lateralmente e la muove dentro la bocca di Amanda. Copiose lacrime le bagnano le guance mentre lui le grida che è una troia e questa è la giusta punizione.

- L’ho visto subito che eri una succhiacazzi, adesso succhia anche questa

Alex muove con violenza la pistola, è pronto a sparare. È il momento di agire. [...]"

25/06/11

17. Mi tuffo nel paragrafo... Day SEVENTEEN (25 giugno 2011)

La mattina comincia con una bella rassegna stampa, poi si esce dall’isolamento con una giornata di amici e piscina. Si scrive rapidamente (ma con passione), un’oretta, dalle 20 alle 21…
la missione non è terminata, si prosegue al rientro...! A tra poco.

...Rieccomi, oggi poco blog, ma dopo una sessione di scrittura notturna post-Zoo di 105 (parleremo anche di questo prossimamente) ecco l'obiettivo raggiunto, quota 27.500 circa. Buonanotte con la canzone della notte.
Domani sarò più prolisso (e inserirò la foto, poiché questo vecchio portatile non ha la fotocamera), ma intanto un confetto di romanzo:

"[...] La seconda cosa che fuoriesce dalla giacca è un’enorme pistola di acciaio cromato che si colora del riflesso dei neon rossi e viola del locale. L’arma gli sbatte contro il costato, sul lato sinistro della cassa toracica, non distante dal cuore. L’uomo con la giacca di pelle nera è nervoso, dev’essersi trovato in situazioni simili, ma anche lui sta capendo che c’è qualcosa di strano, di eccessivo nell’aria. Questa gente sembra non avere freni, non avere limiti né inibizioni, non gliene frega un cazzo che non sia mezzanotte, che ci sia gente intorno a loro. Questi sono armati, tengono in gabbia degli esseri umani, come potrebbero restare soddisfatti del nostro spettacolo. Dobbiamo andarcene, ora. Subito.
Mi accosto all’orecchio di Amanda mentre Alex si avvicina al nostro tavolo stappando una bottiglia di champagne.

-       Dobbiamo andarcene

Lei mi guarda, ma non capisce. Mi chiedo come possa non rendersi conto del fatto che siamo nella merda fino al collo, e tra poco saremo affogati.

-       Senti dobbiamo scappare, ora
-       Ma che dici Simòn, non fare il matto, andrà benissimo
-       Amy non ti rendi conto, guardali. Sono ubriachi, drogati, tutti quanti. Hanno la pistola, guarda quello cazzo! Se qualcosa non gli va bene, sai quanto ci mettono a spararci? E quando sentiranno il nostro colpo a salve, chi ti dice che non risponderanno con il loro fuoco, vuoi per istinto, vuoi per divertimento?
-       Stai esagerando Simòn, è gente normale, hanno solo bevuto un po’
-       Vieni con me, muoviti

Le afferro il braccio e la tiro verso il corridoio, mi accerto che non ci sia nessuno in giro e la porto alla gabbia. Eccola la lì, davanti ai suoi occhi, la verità di quel posto. Il lato B, che non è altro che un riflesso di ciò che questi uomini sono veramente. Amanda si porta una mano davanti alla bocca e comincia a tremare. Il ragazzo è ancora riverso al suolo e non si muove.

-       dobbiamo andarcene, e chiamare la polizia

-       no, la polizia no


-       senti me ne occupo io, ora andiamo!

In quel momento la porta si apre, ci nascondiamo dentro il bagno e stiamo in silenzio, stringendoci la mano. Sento Amanda mormorare qualcosa a bassa voce, credo stia pregando. Non l’ho mai sentita nominare nessun dio, e dalla sua litania soffocata mi rendo conto che potrebbe essere quella l’ultima volta che la vedo. [...]"

24/06/11

16. La discesa non è ancora vicina... Day SIXTEEN (24 giugno 2011)



Il giorno dopo l’annuncio del “calcio-mercato” TV, in cui la trasmissione Vieni via con me è passata a La7, eccoci qui. Non so se sia un bene esultare per il passaggio a una emittente privata di uno dei programmi più seguiti della nostra tv pubblica. Finchè la politica sarà dentro alla Rai (maledetta lottizzazione) sarà impossibile avere un servizio utile ai cittadini. Sia per quanto riguarda la cultura, sia per l’intrattenimento. E così, se l’acqua non passa ai privati (viva il referendum!), le trasmissioni vincenti invece ci passano. Come se qui, in Italia, solo (più o meno) illuminati imprenditori  potessero rendere degni Servizi a noi cittadini. Non me la sento di dirmi felice, La7 è (forse, e per ora) una delle poche realtà normali di capitalismo italiano, in cui si prova a fare un prodotto (non a caso uso questo termine, che loro stessi usano) di qualità (che pare alta di fronte al deserto di Rai e Mediaset) e che porti introiti di alto livello. Veniamo da una specie di medioevo, in cui editti bulgari e scelte “dittatoriali”, ma condivise da molto pubblico, hanno reso l’Italia un Paese mentalmente ingabbiato, grazie al potere della tv (e alla sua centralità avuta anche grazie a noi spettatori). Ora, questi movimenti di mercato, non sono segno di libertà, non illudiamoci, perché basta veramente poco perché tutto rimanga com’è, dopo il declino di B. Come viene ripetuto più volte ne Il gattopardo di Visconti:
“è necessario che tutto cambi, affinchè tutto resti com’era prima”.
Ora basta con il pippotto, ma non perdiamo di vista il concetto di cultura, di libertà, e chiediamoci sempre, in particolare nei prossimi tempi di Apparenti grandi cambiamenti:
chi è che sta vincendo ora? Stiamo vincendo noi cittadini o sta vincendo La7, tanto per citare questo caso, che ci propone programmi assolutamente normali e lo fa in cambio di introiti pubblicitari che nessun programma che ha in palinsesto gli garntirebbe? Questi sono piccoli passi verso la normalità, una (delle) normalità, dopo anni di oscurità. Ma credo che siamo ancora molto lontani dal vedere la luce.

Si comincia alle 9:40, c’è un’arietta fresca e le nuvole sembrano essersene andate per lasciare il posto al sole.

Simone e Lucia vanno a trovare l’anziano Don Sebastiano, sperando che nella chiesa di quartiere le voci siano circolate e il prete possa indirizzarli verso un posto preciso…

Alle 11:15 è finita, raggiunta quota 25.800, superata la metà della prima stesura! Una rovente canzone del giorno e a domani,  godiamoci un bel pomeriggio da dedicare a quello che ci pare!
Ma prima, un assaggio dello scritto di oggi (non riletto):

"[...] Eravamo tutti convinti che lui fosse il depositario della verità, ci muovevamo in un universo contratto, le cui coordinate erano dettate dai nostri genitori e da Don Sebastiano. Rivedendo quei piccoli occhi scuri, quel volto emaciato e canuto incapace di sorridere, quel cranio calvo e bianco, capisco che più che di un’accoglienza autentica si tratta di un gesto automatico, remunerativo, una mossa studiata a tavolino e divenuta abitudine con il passare del tempo, il primo passo per portarci nel regno dei giusti. E quando ritraggo la mano è come se la salvassi da quelle grinfie, pronte a farla soffocare in qualcosa di vecchio. La salvezza, la mia salvezza, è riuscire a non farmi soffocare da tutto ciò che quelle mani rappresentano.

  • Salve padre, scusi se la disturbiamo

  • Nessun problema, ma ditemi figlioli, come mai siete qui?

  • Sono Simone, il figlio di Mauro, non so se si ricorda di me

Don Sebastiano fa un passo verso di me e corruga il viso in un’espressione pensierosa, socchiude le palpebre per osservare il mio volto in ogni dettaglio, come se potesse scoprire ogni mio segreto scrutandomi in quel modo.

  • Oh, certo che mi ricordo

La sua voce si è fatta più dura, ora l’idea di accoglienza è irrimediabilmente lontana. Capisco che sta costruendo un muro intorno a sé, devo sbrigarmi e non dargli tempo di pensare, prima che posi un’altra pietra.

  • Don,  stiamo cercando Mauro, mio padre. Siamo in viaggio da stamattina e dobbiamo trovarlo, ho bisogno di parlare con lui. Lei che conosce tutti i fedeli della zona, lei che lo conosceva, può aiutarci a capire dove possa essere andato?

  • Io? Figlioli, come credete che possa aiutarvi? Il segreto della confessione mi proibisce di far menzione dei segreti dei miei fedeli. E poi credo che sia un po’ tardi ormai, sono passati anni, se la memoria non m’inganna

Lucia viene in mio aiuto e rincara la dose, ribadisce che per noi è una necessità vitale trovarlo, dobbiamo capire molte cose, dobbiamo parlargli.

  • Capire molte cose? Mi viene da ridere. Cosa vorreste capire? Non ci riesce nessuno a capire, le cose accadono per mano di peccatori, non spetta a noi capire, giudicare. La dottrina del perdono ve la insegno sin da quando eravate dei bambini

  • Senta padre, lei non ci ascolta

  • Si che vi ascolto Simone, eccome. È per questo che sto cercando di aiutarvi nel miglior modo possibile

  • No, lei non è in grado di ascoltare. È come se fosse prevenuto, come se a ogni mia parola ne preparasse una di risposta. Non riesce ad ascoltare, a immedesimarsi in me, in noi, per provare a capire. Lei ha già pronti i suoi consigli, ma io non sono qui per chiedere consigli. Io voglio delle risposte. Voglio una risposta, che lei per forza di cose deve sapere: dov’è mio padre?


  • Simone, io non lo so dove sia tuo padre, e non mi interessa. E nemmeno a te deve interessare, il destino ha voluto che vi separaste, è ora che tu te ne faccia una ragione, perseverare è quantomeno diabolico, gli uomini possono sbagliare e in fondo siamo solo carne e ossa, per il momento

  • Glielo chiedo per favore, non si nasconda dietro la fede, dietro segreti e misteri imponderabili. Mi dica la verità per una volta, mi dica quello che sa. È per il mio bene che sono qui, io ho bisogno di ritrovarlo  [...]"

23/06/11

15. L'inEsatta metà... Day FIFTHEEN (23 giugno 2011)


 Il peso del caldo si avverte, come un macigno ce lo dobbiamo trascinare dietro per i prossimi due mesi. Le serate sono ancora fresche, ma l’afa giornaliera ha già reso la tragica Padania un’inferno di sudore e piccoli diavoli diurni che chiamiamo zanzare-tigre. La pausa di ieri ha in parte ricaricato le pile, oggi la voglia di scrivere è grande, quasi una crisi d’astinenza, ieri ho avuto il tempo per ripensare ai personaggi, agli eventi e a tutto il resto. Il mio metodo di lavoro prevede questi momenti di riflessione, in cui si battono diverse strade per capire come si è evoluta la storia, e dove andrà a parare. Lasciare il tutto in mano al caso, beh non è proprio il caso!
Ieri ho avuto anche l’occasione di divorare Blankets, il romanzo a fumetti autobiografico di Craig Thompson. Sicuramente meno commovente di MAUS, il capolavoro di Art Spiegelman (quante lacrime ogni volta che lo leggo), ma sempre di alto livello. Ve li consiglio entrambi, sono grandi storie, storie di vita, capaci di risucchiarci per intere ore e poi risputarci fuori, provati e cambiati dalle emozioni vissute tra quelle pagine.
Ieri mi è venuta qualche idea per realizzare uno spettacolo (reading con due attori più musica dal vivo), il teatro è un modo in parte nuovo per me, vedremo cosa ne verrà fuori, anche perché i reading mi piace immaginarli nelle piazze, in estate, o nei parchi, non in luoghi chiusi. Ne sapremo di più tra qualche tempo, per ora qualche suonatore/trice è alleratato e pronto a comporre. Forse.
Si comincia alle 17:35 in biblioteca, zero aria condizionata...

Simone si rende conto che in quel locale (Natale 2002, Valencia) c'è qualcosa che non va, c'è gente troppo ubriaca e scopre un segreto inquietante che cambierà la loro serata...

Lucia e Simone parlano della prossima tappa del loro viaggio, che deve ancora cominciare, capiscono cosa è per loro quel viaggio...

Alle 18:45 è fatta, 24.100 parole raggiunte e domani si superano le 25.000! Grazie a tutti, e prima che sia domani, una canzone del giorno consigliata da un'amica (thank you Sara!) e lo scritto...

"[...]
Tiro l’acqua e leggo l’ora su un orologio a forma di Jessica Rabbit che sta proprio di fronte alla tazza del water. Tra mezz’ora ci sarà il brindisi, poi toccherà a noi. Inspiro profondamente specchiandomi, mi butto un po’ d’acqua fredda in faccia cospargendo in pavimento di grandi gocce trasparenti. Mi viene in mente mia madre, quanto si sarebbe incazzata per una cosa del genere. Nella sua scala gerarchica dei valori, l’igiene e la pulizia, stavano indiscutibilmente al primo posto, seguiti dalla religione e dall’obbedienza. Mia madre aveva uno spirito forte, era, e credo sia ancora, una donna testarda, precisa, incapace di starsene ferma nel suo angolo, come se ci fosse sempre qualcosa da fare. Sempre. Qualcosa. Da fare. E da fare a modo suo, secondo le sue regole, all’infuori delle quali tutto era opinabile, se non indiscutibilmente eretico, ovvero una cazzata da rifare meglio.
Non pensavo a lei da molto tempo, ma un grido improvviso mi allontana violentemente da questo ricordo. Non è un vero e proprio grido, è più un verso, anche se non riesco a ricollegarlo a nessun animale.
Mfffffffffffffffffffffuuuuuuuuuuuuu
MMMMMMMMmmmmmmmmmmmmmm
Esco dal bagno e capisco che il verso proviene dal cubo, quel grido strozzato esce da sotto quel telo di seta rosso. Mi avvicino con circospezione, non vorrei che entrasse qualcuno. L’animale, sentendo i miei passi avvicinarsi, grida sempre più frequentemente e con un tono sempre più alto. Comincio a sentire il cuore che batte sempre più rapidamente, la paura non si è fatta attendere, e mentre mi immagino che sotto a quel telo riposi un enorme felino esotico, simile a quelli che disegnavo da piccolo (una vera ossessione) dopo averli visti nelle gabbie dello zoo di Milano, mi scontro con la realtà che, ancora una volta, supera la mia immaginazione. Spostando quel telo rosso si materializza davanti a me una gabbia quadrata, ma l’animale che emette versi al suo interno non è un leone e nemmeno una tigre. È qualcosa di più piccolo e più volubile. È un uomo, un ragazzo magro che dimostra meno di quindici anni e che, quando gli libero la bocca dal fazzoletto e dallo scotch che lo teneva fermo, mi dice di chiamarsi Pedro. [...]

[...] Lucia era pensierosa, ma erano gli stessi pensieri in cui ero assorto io. Semplicemente declinati in maniera diversa, più colta, grazie ad una metafora così eccezionale da non avere un tempo di scadenza.

-       È incredibile il modo in cui tutto sia passato sopra di me, come tutto mi sia scivolato addosso, il modo in cui ho lasciato che queste cose si allontanassero da me, anche se avevo perso intere serate tra quei libri. Amando quei libri. E poi sono venute le materie economiche, la laurea, gli stage, e ho lasciato che tutto si allontanasse da me, come se avessero importanza solo poche cose. Merda, mi sembra di avere buttato via interi anni, di averli trascorsi a sopravvivere, più che a vivere veramente

-       Ricominciare a vivere, ricordare, siamo qui per questo, non credi?

-       Non ho più dubbi ora.

-       Hai idea di dove possiamo andare se il nostro uomo non sa nulla?

-       Chi è il nostro uomo? [...]"





21/06/11

14. La seconda settimana finisce qui! Day FOURTEEN (21 giugno 2011)


Ultimamente sto ragionando, anche grazie a messaggi privati e ai commenti sul sito, sulla natura di questo progetto, di questo blog. Ci tengo a sottolineare che non è una pubblicità a me, anche perché non potrebbe essere fatta in maniera peggiore, bensì è un mettersi in gioco, che mira ad un doppio obbiettivo: la scrittura del romanzo e la dimostrazione che chi vuole può fare qualcosa, la volontà di aiutare (mettendoci la faccia), chiunque sia scoraggiato, abbia cose da dire, ma poi le lascia incompiute. Nessuno ha mai detto che sia facile, che non richieda impegno, che non richieda cultura e passione (prima per leggere, poi per scrivere, parlando di questo ambito), ma ciò che conta è farlo. Solo facendolo ci si rende conto delle proprie capacità, della soddisfazione data dalla creazione e dall’espressione dei propri pensieri e sentimenti. Poi si scoprono i problemi, i propri limiti, che saranno da colmare con ore di studio e di letture. Cito Ringhio Gattuso, perché credo che (almeno) una cosa intelligente l’abbia detta in vita sua, anche se non ricordo in quale occasione:
“Io non so Ringhio da adesso (da quando è al Milan e da quando è un vincente), io lo sono sempre stato Ringhio, sono così da sempre. Ed è grazie a questo mio modo di essere, e di impegnarmi, che ho ottenuto risultati”.
Non consiglio a nessuno di prendere Gattuso come esempio, semplicemente queste parole sono un monito, una piccola verità: solo impegnandosi, solo facendosi il mazzo, possiamo arrivare da qualche parte (il mio obiettivo non è certo, e non saranno mai, celebrità e miliardi), e allora, una volta raggiunto un traguardo, potremo mirare ad altri. L’impegno, il merito, Devono premiare, ovviamente uniti alla passione, alla conoscenza del proprio campo di lavoro e alla sincerità. Senza costruirsi finti personaggi o immagini distorte di sé. L’idea del progetto, secondaria solo al romanzo stesso, vuole dare un piccolo esempio, vuole spronare, vuole fare rete, creare scambi. Spero vivamente che altri ci provino, aprano blog e condividano le loro esperienze. Siamo qui anche per questo!
Okay, fine del pippotto, torniamo al romanzo!
Ritorno dai campi estivi e dalla mattinata faticosa, avrei bisogno di dormire un po’ di più. Il pomeriggio va alla grande, rivedere un amico fa sempre tanto piacere (dedicata a lui, e al suo dono, la foto di oggi!), e dopo più di due ore ininterrotte di chiacchiere eccomi in biblioteca, davanti al pc. La presa della corrente ha un attacco diverso, uno di quelli tedeschi, mi toccherà dare tutto in un’ora altrimenti è la fine.

Oggi Simone legge una lettera di sua madre, risalente al Natale del 2002, e subito dopo vediamo come lui trascorse quel Natale a Valencia: un night, un gestore ex-calciatore che crede di sapere tutto sulla vita e tanti uomini poco raccomandabili…

Alle 18.09 raggiungo e supero la quota giornaliera, 22.500 parole raggiunte, sono praticamente a metà, e domani posso prendermi la pausa. Ne ho assolutamente bisogno, giusto per rimettermi in forze, per avere tempo libero e per far riposare occhi e mente. Si riparte dopodomani con ancora più voglia! Stasera un po’ di cinema, consiglio a tutti i reggiani di partecipare alla proiezione di un documentario su Lampedusa (gratis, ore 20:30 cinema all’aperto, organizzato da G.A.3) e subito dopo alla proiezione de Il gattopardo, in piazza Prampolini alle 21:45. Il film è in Pellicola (restaurata dalla Cineteca di Bologna), e poi non dite che in città non c’è niente!
La canzone del giorno, che ascolto da giorni nei miei viaggi in macchina (e ritengo dica almeno due-tre grandi verità), e un pugno di romanzo… a presto!

“[…] Non so se andrò ancora a queste sedute, costano una cifra e mi sento chiamare in causa solo in quanto fonte del male, come se avessi deciso io di infliggermi questa punizione. Poi, in quello studio, mi sembra di essere nel confessionale di Don Sebastiano, o in quello del Grande Fratello, non credo che oramai faccia molta differenza, almeno per me. Lo scorso inverno ne ho parlato, ovviamente sotto il segreto della Confessione, anche al Don, e lui continuava a consolarmi, a dirmi che dovevo essere forte, che dovevo sopportare e saper perdonare, come Gesù. Da allora mi sono distaccata dalla chiesa e da quel mondo, ho vissuto, e vivo, sulla mia pelle una condizione di dolore e ho capito che non sono in grado di perdonare, sarebbe troppo comoda per tuo padre. E così, di punto in bianco (ma d’altronde sono fatta così), non sono più andata a messa, l’ultima volta risale alla scorsa Pasqua. A casa continuo a pregare, a invocare aiuto, ma lo avverto come superfluo, un rituale vuoto e privo di senso. Ho sbagliato anche in questo Simo?Mi sento così inadatta alla vita, alla mia vita, a ciò che mi sono costruita in questi cinquant’anni, e solo ora, parlando con tuo nonno, che poi è come parlare con me stessa credo, e scrivendo a te, sto capendo molte cose. Mi sento impotente di fronte a questa vita, ma immaginarmi che tu stai bene, e che hai potuto ricominciare a vivere, mi fa stare bene.[…]

[…]“Ci sono solo due modi per vivere: metterlo in culo o prenderlo nel culo. Io prima ho inculato tutti per vent’anni, poi l’ho presa nel culo e ora è di nuovo il mio turno”, questo dice Alex, il proprietario del locale in cui dobbiamo lavorare questa sera, tra poche ore, la vigilia di Natale. Il locale è il Paradise, un grande night-club pieno di avvocati in carriera, calciatori e donne a pagamento. La prima parola che mi viene in mente quando varchiamo la soglia del locale, prima che Alex ci inondi con la sue stronzate sul modo di stare al mondo, è: illegale. È: mafia. È: che cazzo ci faccio qui? Alex ci ha già pagato, in contanti all’uomo con la giacca di pelle, perché le cose vanno fatte come si deve, anche questo è sinonimo di rispettabilità, di onorabilità, dice. Alex è un quarantenne, ha un fisico palestrato, muscoli così gonfi che la camicia bianca di lino che indossa potrebbe esplodere da un momento all’altro. Quei muscoli, contenuti da una pelle abbronzata e pluritatuata, non sono naturali, salta subito all’occhio che sono più figli di steroidi che non di un duro allenamento giornaliero. Sono le otto quando Alex comincia a raccontarci del suo passato da calciatore, e mentre una ventina di camerieri apparecchiano i tavoli, ci dice di come il calcio sia tutto una questione di soldi. “Quello non è uno sport, date retta a me. Se avete due soldi, come quelli che vi guadagnate stasera, spendeteli altrove, tenetevi lontani dalle scommesse. Fidatevi di Alex, e vi dico queste cose contro i miei interessi”. Il suo paternalismo trasudante di altruismo mafioso ci mette in imbarazzo, non vedo l’ora di essere morto su quel tavolo e poi di rescuscitare. […]”

20/06/11

13. Il lunedì è sempre un nuovo inizio Day THIRTEEN (20 giugno 2011)

 

Oggi il blog si ravviva con un piccolo esperimento, oggi queste righe saranno scritte in stile Chuck Palahniuk, tanto per divertirci e omaggiare uno dei miei guru letterari.

Arrivano dalle province di Modena e Reggio, e da tutti i comuni limitrofi. Una ragazza vestita da geisha modifica la sua voce e la distorce, il suo socio crea suoni e li mixa, creando un loop che avvolge i presenti. È quello che chiamano Festival Arti Vive, la gente se ne sta seduta su rettangoli di gommapiuma, così da non sporcarsi i bermuda sull’erba. La reggia di Soliera sovrasta i concerti della serata. Siamo lì, io e Giulia, per vedere Tiziano Scarpa e i Marlene Kuntz. Chiamatelo reading, chiamatelo spettacolo, chiamatelo sperimentazione. Due musicisti, quattro o cinque strumenti, e uno scrittore che recita un racconto. Il tutto su un palco dotato di effetti luce, verde, rosso, giallo e viola, macchina del fumo e poco altro. Una settantina di seggiole bianche ospitano il pubblico. I vecchi del paese scuotono la testa e quando il cantante del gruppo spalla dice: “niente rock’n’roll, solo un’altra canzone pallosissima”, una donna risponde: “almeno se ne sono accorti anche loro!”. Il cantante dei Marlene siede tra il pubblico, ha la faccia emaciata e sincera del Cristo, i vestiti eleganti e distaccati di chi ha un po’capito i nostri tempi. E li canta. Dice con un amico che quando sei sul palco non puoi startene zitto, hai sempre un quarto d’ora, un maledetto quarto d’ora in tutto, in cui devi parlare, in cui devi avere delle stronzate pronte da propinare al pubblico. Faccio musica io, non sono un conduttore. Mi viene da pensare che ha ragione, che ormai è così. Ma io queste cose le so perché me le dice Giulia. Lei è seduta a un passo da lui. Una donna si avvicina a lui e gli stringe la mano, gli occhi le si illuminano, non so se lo abbia riconosciuto o se crede che sia Gesù Cristo. In entrambi i casi suscita ilarità in tutti i presenti.
I tre cantanti toscani scendono dal palco, un omone grasso, con un tatuaggio tribale che gli arriva fino al collo, fa le prove luci. Dopo mezz’ora lo scrittore e i due musicisti salgono sul palco, lui dice che ci racconterà una storia, che tocca a noi immaginarcela, creare con la mente un semaforo, un incrocio, una intera città. Parla di un tale che vuole lasciare un segno che cambi le cose, che non si accontenta della sua vita inutile. “ogni stagione si ripete così come il lavoro che lui fa: mette il sale in inverno, raccoglie le foglie in autunno, aspira il polline in primavera, toglie le piantine negli interstizi in estate. Autunno, inverno, primavera, estate. Foglie, ghiaccio, polline, piantine” dice, e nel mentre noi stiamo lì ad immeginarcelo. La serata si è fatta fredda, tutti di infilano la felpa che si sono portati da casa, chi non ce l’ha si stringe le braccia sullo stomaco alla ricerca di un po’ di tepore. I musicisti creano suoni con pianola, chitarra e violino. Lo scrittore continua a creare un mondo intorno a noi. Dentro di noi. Ma questa è un’altra storia.

Non si quanto sia realmente palahniukiano, è più il Chuck documentario di La scimmia pensa, la scimmia fa, che non l’immenso Chuck dei romanzi di fiction come Fight club, Rabbia, Soffocare, Survivor, Cavie, ecc.
Il mio occhio destro è di un colore rosso vivo, il collirio non basta più. Credo avrò bisogno di un giorno di pausa concordata, diciamo dopodomani, giunto a metà del lavoro: il quindicesimo giorno. Giusto per rilassarmi un attimo, non ha niente a che fare con l’arrendersi. È solo un’ipotesi per ora, vederemo domani.

Inizio a scrivere alle 10, in biblioteca, oggi Simone va da Amanda e scopre cos’è il “colpo grosso” di cui doveva parlargli…

Tornando al presente, Simone e Lucia cominciano il loro viaggio, e fanno tappa da un amico del padre, per scoprire dove può essere andato.
Alle 11.45 è fatta, si tocca quota 20.717 parole, obiettivo 20000 raggiunto!
Oggi la canzone del giorno è una delle quattro stagioni di Vivaldi, racchiusa in un video che avevo realizzato tempo fa. Il video riporta una parte di Stabat mater, il romanzo di Scarpa vincitore del Premio Strega 2009. Non ci resta che perderci tra queste melodie e queste magnifiche parole, e se passa vicino alle vostre città andate a vedere quello spettacolo!
A domani...

Un pezzetto dello scritto di oggi (sempre non riletto, c'è poco da fare, è una prima stesura)


“[…]
- Amanda, ma è una follia. È la prima volta che lo faccio
-       Tu verrai. Te la caverai alla grande, ti insegno tutto io, abbiamo una lunga settimana davanti
-       E se qualcosa va storto per colpa mia? Quelli se pagano tanto si incazzano pure tanto, e non vorrei essere io quello che gli rovina la festa
-       Simòn, tesoro, non ti devi preoccupare. Ormai è andata, anche perché abbiamo già confermato la nostra presenza.

Capisco che quel nostra include anche me, senza nessuna via di scampo. Finiamo il vino e ci sdraiamo nel suo letto, accarezzo le sue guance lisce, la guardo negli occhi e vedo che, per una volta, è felice, quella paura che spesso le torna a far visita la avverto distante, sconfitta, dimenticata. Almeno per ora. Sono stanco e la testa mi si riempie di pensieri, Amanda è già nuda e mi sta spogliando, la assecondo, partecipo fisicamente, ma i pensieri mi trascinano lontano da lì. Mentre lo facciamo mi domando come sono finito qui, mi spavento pensando alla mia morte natalizia e a tutto il resto che verrà. […]

[…]Franco Severi era un uomo di cinquant’anni, magro, con un occhio di vetro e le labbra serrate in un ghigno sinistro. Parlava poco e rideva ancora meno, passava il suo tempo nell’officina in cui lavorava da trentacinque anni, riparava macchine tedesche, che secondo lui erano le più buone da sempre. Questo mi ricordavo di quello che ritenevo essere il migliore amico di mio padre, o forse il suo unico amico, con cui si trovava al bar per fare due chiacchiere sul campionato e sulla politica. Alle otto svolto nel vialetto d’ingresso della sua officina, Lucia è accanto a me, guarda con ansia l’orologio, Max dovrebbe essere sotto casa sua a quest’ora, starà citofonando all’impazzata dopo aver constatato che il cellulare di lei è spento.

-       Questo lascialo qui, non ti serve più
Le sorrido, voglio essere sincero con lei, il migliore amico che abbia mai avuto. Senza doppi fini, senza rischiare di farle ancora del male. Lucia sorride e si slaccia il cinturino, metto il piccolo orologio nel vano portaoggetti e chiudo a chiave, come se il tempo non ci riguardasse più, non ora, non noi due. L’orologio della macchina segna un’orario indefinito, probabilmente appartenente al fuso di Hong Kong, non avremo altri problemi durante il viaggio.

-       Vuoi aspettare qui?

-       Non ci penso nemmeno, questa storia credo che mi riguardi, ormai.

Lucia scende dalla macchina, oggi indossa una maglietta verde, jeans chiari e converse rosse. Quando l’ho vista uscire di casa vestita a quel modo non sono riuscito a trattenere un sorriso, chissà se tutto questo ci farà crescere, una volta per tutte, o se è solo un gioco, un’altra pausa dalla vita per giocare a sentirsi ancora ragazzini.
Avverto il solito odore da officina meccanica, olio, benzina, pneumatici. Entro e chiedo ad un ragazzo in tuta blu se può chiamarmi Franco, il ragazzo corre a chiamarlo e dopo alcuni minuti eccolo lì. Identico a come me lo ricordavo, i capelli più bianchi, le rughe più profonde a segnargli il volto, e il solito ghigno silenzioso.

-       Ciao Franco

Mi squadra con l’occhio buono e mi fa cenno con la testa di parlare. […]”

19/06/11

12. Le parole della domenica... Day TWELVE (19 giugno 2011)


Una bella dormita rigenerante e si può cominciare, mentre Bossi e i suoi fanno a gara a chi ce l'ha più duro sul palco di Pontida. Gli allevatori che sono sotto al palco giudicheranno la durezza a forza di prenderlo in quel posto, o forse sarà troppo tardi prima che se ne accorgano?
Qui, intanto, bisogna recuperare parte del lavoro di ieri e posizionarsi a quota 19000 parole!

Simone incontra Lucia in birreria, fa la tragica conoscenza di Max, e scopre che Lucia dovrà partire l'indomani per due settimane, a causa del suo lavoro a tempo determinato. Ma Simone le propone di partire con lui, alla ricerca del padre...

Un passo indietro, a Valencia, e viviamo con Simone le sue nuove esperienze, lo strano rapporto con Amanda che, dopo essere scomparsa per qualche tempo, si fa risentire per proporre a Simone qualcosa di grosso...

Alle 13:20 si stacca, siamo in pari con il lavoro, e la giornata si profila libera e soleggiata. Buona domenica, di riposo, di divertimento, di cultura...
la canzone della domenica e  un piatto caldo di romanzo, assolutamente non riletto (la prima stesura è sempre grezza, "nature")...
ci si vede tra ventiquattrore!

"[...] 
Lei mi guarda, la domanda che le ha rovinato le notti, che deve averle fatto saltare molti pasti, trovava finalmente una risposta. Ora Lucia sapeva.

- Domani partirò. E tu verrai con me.


Lucia si guarda le scarpe, sta valutando la situazione, sta pensando a quello che perderebbe partendo con me, si sta chiedendo se potrà fidarsi, se tutto questo non è che una follia.

  • Va bene.

Non dice altro, con queste due parole decide che verrà con me, stabilisce che è il momento buono per mandare a quel paese Max e quel finto lavoro, che è il momento giusto per capirsi, per capirmi, perché la reciproca comprensione richiede tempo, attenzione. È giunto il momento di fermarsi a riflettere, di cambiare aria per un po’, per poi forse ritornare, diversi, cambiati per sempre dagli eventi che ci capiteranno e dalle parole che ci scambieremo.
Domani si parte, si ricomincia, insieme.[...]

[...]
Dicembre 2002

Io sugli aerei non ci salgo, quelle sono casse da morto con le ali”. Mio padre lo ripeteva sempre, in particolare nei primi mesi che ci avevano introdotti nel ventunesimo secolo. I voli low-cost si erano moltiplicati, i telegiornali documentavano ogni giorno tragedie in giro per il mondo. Un terremoto in Giappone ieri, un inondazione in India oggi, un vulcano in Islanda domani, migliaia di morti in tutto il mondo, ogni giorno. Mio padre si era convinto, a suon di nuove uscite in libreria, riviste con pretese storico-scientifiche, e film apocalittici, che la fine del mondo fosse alle porte. E la fine del mondo, per così dire, era davvero alle porte, ed era avvenuta in un giorno di luglio, però per mano sua e non per colpa di qualche meteorite finito sull’asse di rotazione del nostro globo.
E io quell’aereo l’ho preso per davvero, quindici mesi fa.
Sono passato da un lavoro all’altro, ho cambiato alcune case, ma non sono ancora in cerca di una stabilità di qualche tipo. Mi piace cambiare lavoro, conoscere persone nuove e farmi trascinare in nuovi luoghi, nuove situazioni. Ora lavoro in un altro fast-food, friggo patatine e riempio bicchieri di cartone con bibite gasate, piene di zuccheri, e con una valanga di ghiaccio. Se prima avevo imparato che il cliente ha sempre ragione, ora ho appreso che il capo ha ancor più ragione. Carlos, il mio capo, sin dal primo giorno di lavoro mi ha insegnato a riempire di ghiaccio il bicchiere, in modo che per ogni bicchiere da 40 cl si riescano a risparmiare almeno 15 cl di bevande. Così si lavora, così si ottengono le promozioni ragazzo, mi ripete ogni giorno. [...]"
 

11. La febbre del sabato sera... Day ELEVEN (18 giugno 2011)



Uomini (e Donne!) di poca fede, credevate mi fossi già arreso? Al termine di un sabato un po'
pazzo, fatto di una sessione mattutina di scrittura (un racconto sfornato), e un pomeriggio di
lavoro in piccionaia (373 piccioni ingabbiati per la gara Tivoli - Reggio Emilia di domani),
eccoci qua, all'una e ventitre. Si può cominciare...

La schiena non regge e la vista nemmeno, stop alle ore due a quota 300 parole, domani mi tocca
sfornare quasi 3000 parole, ora è importante ricaricare le batterie, altrimenti è impossibile avere le forze per farcela!
Buonanotte, una canzone del giorno di un gruppo che amo particolarmente, a tra poco!

17/06/11

10. Venerdì 17, but don't be afraid! Day TEN (17 giugno 2011)

I giochi d’acqua al campo estivo mi conducono ad un collasso post-pranzo sul divano. Si parte per la biblioteca alle 17, e l’obiettivo giornaliero da raggiungere è 16.500 parole. Accanto a me alcuni vecchi che commentano le notizie nella zona dei giornali mi tengono compagnia. Si comincia alle 17:15…

La trama si infittisce, la storia corre ormai su tre binari: il presente di Simone, il passato di sua madre raccontato da una serie di lettere che non gli hai mai spedito, e il passato di Simone a Valencia, e la sua folle storia con Amanda.

Alle 18:37 è finita, sfiorata quota 16.890 parole. Il ragazzo (sconosciuto) che studiava di fronte a me se n’è andato augurandomi buon lavoro, sono commosso dall’educazione di certe persone.In biblioteca trovo anche il volantino cartaceo di questo interessantissimo concorso, e pensare che proprio ieri sera mi è venuta un'idea (a tema realtiy e cosa si è capaci di fare per il Potere, oggi) per un racconto che voglio scrivere al più presto. L'occasione è perfetta (l'avrei scritto comunque, ma qui c'è una giuria disposta a dare un parere), mi aspetta una doppia sessione di scrittura, ma per il racconto sarà molto più semplice. Forse.
Domani mi aspettano mille impegni, dovrò trovare un buco per mandare avanti questa storia e superare le 18000 parole!
Un po' del romanzo, prima di salutarci. Ecco una briciola di Simone e Amanda, e una briciola di una lettera della madre di Simone...
Non resta che goderci questa incoraggiante canzone del giorno e aspettare che arrivi il domani… buona serata, e a presto!

"[...] Amanda si stringe a me, il suo non è un atteggiamento affettuoso, è più come se si facesse scudo da qualcosa con il mio corpo. Mi guarda con quei suoi grandi occhi ed è come se mi stesse supplicando di non farle del male.

  • Ho paura Simo, ho paura

  • Stai tranquilla, Amanda. Non ti succederà nulla

  • Ho paura, è qui, lui è qui

  • Lui chi? Che c’è Amanda?

  • Andiamo su ti prego, andiamo su Simo. Ti prego aiutami

  • Si, stai tranquilla, saliamo.

Mi chiedo se il Lui di cui parla sia lo stesso che l’aveva inseguita quella notte al parco. Saliamo con l’ascensore e osservo Amanda mangiarsi le unghie in continuazione, come se la situazione potesse precipitare da un momento all’altro. [...]

[...]
Mi manchi Simo, ma non voglio che torni. Tu che puoi, hai il diritto, e il dovere, di rifarti una vita. Io, invece, mi sono accorta che ho lasciato passare troppo tempo dando importanza alle poche cose che ritenevo fossero la mia vita: te, tuo padre e il mio lavoro. Le mie amiche, quelle con cui uscivo sempre da ragazza, quelle con cui andavo al cinema, in gelateria e a ballare, non le sento più da anni. Non me la sento di organizzare una rimpatriata, di cercare aiuto da chi ho colpevolmente abbandonato. Non mi restano che Sandra e Maurizio, rivederli ora vorrebbe dire scoppiare in lacrime davanti a loro, meglio aspettare che le cose vadano meglio. Forse ne parlerò con mia sorella, forse con Don Sebastiano, non so. Doveva proprio finire tutto così?
Tuo padre continua a stare male, siamo andati entrambi dal medico di base e ci ha prescritto alcuni psicofarmaci e ansiolitici, all’improvviso la mia vita, il mio umore, è scandito da queste pastigliette. Una la mattina, e due la sera per poter dormire. Tanto per cominciare… certo, in questo modo le cose vanno meglio, ma non credo sia il modo per uscirne. Il mio dottore ha consigliato la terapia di coppia, forse più avanti proveremo, per ora ho solo obbligato tuo padre alla massima trasparenza, perché mi sono accorta che passo intere ore a chiedermi dove sia, cosa stia facendo, se sia con lei… [...]