Il giorno dopo l’annuncio del “calcio-mercato” TV, in cui la trasmissione Vieni via con me è passata a La7, eccoci qui. Non so se sia un bene esultare per il passaggio a una emittente privata di uno dei programmi più seguiti della nostra tv pubblica. Finchè la politica sarà dentro alla Rai (maledetta lottizzazione) sarà impossibile avere un servizio utile ai cittadini. Sia per quanto riguarda la cultura, sia per l’intrattenimento. E così, se l’acqua non passa ai privati (viva il referendum!), le trasmissioni vincenti invece ci passano. Come se qui, in Italia, solo (più o meno) illuminati imprenditori potessero rendere degni Servizi a noi cittadini. Non me la sento di dirmi felice, La7 è (forse, e per ora) una delle poche realtà normali di capitalismo italiano, in cui si prova a fare un prodotto (non a caso uso questo termine, che loro stessi usano) di qualità (che pare alta di fronte al deserto di Rai e Mediaset) e che porti introiti di alto livello. Veniamo da una specie di medioevo, in cui editti bulgari e scelte “dittatoriali”, ma condivise da molto pubblico, hanno reso l’Italia un Paese mentalmente ingabbiato, grazie al potere della tv (e alla sua centralità avuta anche grazie a noi spettatori). Ora, questi movimenti di mercato, non sono segno di libertà, non illudiamoci, perché basta veramente poco perché tutto rimanga com’è, dopo il declino di B. Come viene ripetuto più volte ne Il gattopardo di Visconti:
“è necessario che tutto cambi, affinchè tutto resti com’era prima”.
Ora basta con il pippotto, ma non perdiamo di vista il concetto di cultura, di libertà, e chiediamoci sempre, in particolare nei prossimi tempi di Apparenti grandi cambiamenti:
chi è che sta vincendo ora? Stiamo vincendo noi cittadini o sta vincendo La7, tanto per citare questo caso, che ci propone programmi assolutamente normali e lo fa in cambio di introiti pubblicitari che nessun programma che ha in palinsesto gli garntirebbe? Questi sono piccoli passi verso la normalità, una (delle) normalità, dopo anni di oscurità. Ma credo che siamo ancora molto lontani dal vedere la luce.
Si comincia alle 9:40, c’è un’arietta fresca e le nuvole sembrano essersene andate per lasciare il posto al sole.
Simone e Lucia vanno a trovare l’anziano Don Sebastiano, sperando che nella chiesa di quartiere le voci siano circolate e il prete possa indirizzarli verso un posto preciso…
Alle 11:15 è finita, raggiunta quota 25.800, superata la metà della prima stesura! Una rovente canzone del giorno e a domani, godiamoci un bel pomeriggio da dedicare a quello che ci pare!
Ma prima, un assaggio dello scritto di oggi (non riletto):
"[...] Eravamo tutti convinti che lui fosse il depositario della verità, ci muovevamo in un universo contratto, le cui coordinate erano dettate dai nostri genitori e da Don Sebastiano. Rivedendo quei piccoli occhi scuri, quel volto emaciato e canuto incapace di sorridere, quel cranio calvo e bianco, capisco che più che di un’accoglienza autentica si tratta di un gesto automatico, remunerativo, una mossa studiata a tavolino e divenuta abitudine con il passare del tempo, il primo passo per portarci nel regno dei giusti. E quando ritraggo la mano è come se la salvassi da quelle grinfie, pronte a farla soffocare in qualcosa di vecchio. La salvezza, la mia salvezza, è riuscire a non farmi soffocare da tutto ciò che quelle mani rappresentano.
- Salve padre, scusi se la disturbiamo
- Nessun problema, ma ditemi figlioli, come mai siete qui?
- Sono Simone, il figlio di Mauro, non so se si ricorda di me
Don Sebastiano fa un passo verso di me e corruga il viso in un’espressione pensierosa, socchiude le palpebre per osservare il mio volto in ogni dettaglio, come se potesse scoprire ogni mio segreto scrutandomi in quel modo.
- Oh, certo che mi ricordo
La sua voce si è fatta più dura, ora l’idea di accoglienza è irrimediabilmente lontana. Capisco che sta costruendo un muro intorno a sé, devo sbrigarmi e non dargli tempo di pensare, prima che posi un’altra pietra.
- Don, stiamo cercando Mauro, mio padre. Siamo in viaggio da stamattina e dobbiamo trovarlo, ho bisogno di parlare con lui. Lei che conosce tutti i fedeli della zona, lei che lo conosceva, può aiutarci a capire dove possa essere andato?
- Io? Figlioli, come credete che possa aiutarvi? Il segreto della confessione mi proibisce di far menzione dei segreti dei miei fedeli. E poi credo che sia un po’ tardi ormai, sono passati anni, se la memoria non m’inganna
Lucia viene in mio aiuto e rincara la dose, ribadisce che per noi è una necessità vitale trovarlo, dobbiamo capire molte cose, dobbiamo parlargli.
- Capire molte cose? Mi viene da ridere. Cosa vorreste capire? Non ci riesce nessuno a capire, le cose accadono per mano di peccatori, non spetta a noi capire, giudicare. La dottrina del perdono ve la insegno sin da quando eravate dei bambini
- Senta padre, lei non ci ascolta
- Si che vi ascolto Simone, eccome. È per questo che sto cercando di aiutarvi nel miglior modo possibile
- No, lei non è in grado di ascoltare. È come se fosse prevenuto, come se a ogni mia parola ne preparasse una di risposta. Non riesce ad ascoltare, a immedesimarsi in me, in noi, per provare a capire. Lei ha già pronti i suoi consigli, ma io non sono qui per chiedere consigli. Io voglio delle risposte. Voglio una risposta, che lei per forza di cose deve sapere: dov’è mio padre?
- Simone, io non lo so dove sia tuo padre, e non mi interessa. E nemmeno a te deve interessare, il destino ha voluto che vi separaste, è ora che tu te ne faccia una ragione, perseverare è quantomeno diabolico, gli uomini possono sbagliare e in fondo siamo solo carne e ossa, per il momento
- Glielo chiedo per favore, non si nasconda dietro la fede, dietro segreti e misteri imponderabili. Mi dica la verità per una volta, mi dica quello che sa. È per il mio bene che sono qui, io ho bisogno di ritrovarlo [...]"

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