Il peso del caldo si avverte, come un macigno ce lo dobbiamo trascinare dietro per i prossimi due mesi. Le serate sono ancora fresche, ma l’afa giornaliera ha già reso la tragica Padania un’inferno di sudore e piccoli diavoli diurni che chiamiamo zanzare-tigre. La pausa di ieri ha in parte ricaricato le pile, oggi la voglia di scrivere è grande, quasi una crisi d’astinenza, ieri ho avuto il tempo per ripensare ai personaggi, agli eventi e a tutto il resto. Il mio metodo di lavoro prevede questi momenti di riflessione, in cui si battono diverse strade per capire come si è evoluta la storia, e dove andrà a parare. Lasciare il tutto in mano al caso, beh non è proprio il caso!
Ieri ho avuto anche l’occasione di divorare Blankets, il romanzo a fumetti autobiografico di Craig Thompson. Sicuramente meno commovente di MAUS, il capolavoro di Art Spiegelman (quante lacrime ogni volta che lo leggo), ma sempre di alto livello. Ve li consiglio entrambi, sono grandi storie, storie di vita, capaci di risucchiarci per intere ore e poi risputarci fuori, provati e cambiati dalle emozioni vissute tra quelle pagine.
Ieri mi è venuta qualche idea per realizzare uno spettacolo (reading con due attori più musica dal vivo), il teatro è un modo in parte nuovo per me, vedremo cosa ne verrà fuori, anche perché i reading mi piace immaginarli nelle piazze, in estate, o nei parchi, non in luoghi chiusi. Ne sapremo di più tra qualche tempo, per ora qualche suonatore/trice è alleratato e pronto a comporre. Forse.
Si comincia alle 17:35 in biblioteca, zero aria condizionata...
Simone si rende conto che in quel locale (Natale 2002, Valencia) c'è qualcosa che non va, c'è gente troppo ubriaca e scopre un segreto inquietante che cambierà la loro serata...
Lucia e Simone parlano della prossima tappa del loro viaggio, che deve ancora cominciare, capiscono cosa è per loro quel viaggio...
Alle 18:45 è fatta, 24.100 parole raggiunte e domani si superano le 25.000! Grazie a tutti, e prima che sia domani, una canzone del giorno consigliata da un'amica (thank you Sara!) e lo scritto...
"[...]
Tiro l’acqua e leggo l’ora su un orologio a forma di Jessica Rabbit che sta proprio di fronte alla tazza del water. Tra mezz’ora ci sarà il brindisi, poi toccherà a noi. Inspiro profondamente specchiandomi, mi butto un po’ d’acqua fredda in faccia cospargendo in pavimento di grandi gocce trasparenti. Mi viene in mente mia madre, quanto si sarebbe incazzata per una cosa del genere. Nella sua scala gerarchica dei valori, l’igiene e la pulizia, stavano indiscutibilmente al primo posto, seguiti dalla religione e dall’obbedienza. Mia madre aveva uno spirito forte, era, e credo sia ancora, una donna testarda, precisa, incapace di starsene ferma nel suo angolo, come se ci fosse sempre qualcosa da fare. Sempre. Qualcosa. Da fare. E da fare a modo suo, secondo le sue regole, all’infuori delle quali tutto era opinabile, se non indiscutibilmente eretico, ovvero una cazzata da rifare meglio.
Non pensavo a lei da molto tempo, ma un grido improvviso mi allontana violentemente da questo ricordo. Non è un vero e proprio grido, è più un verso, anche se non riesco a ricollegarlo a nessun animale.
Mfffffffffffffffffffffuuuuuuuuuuuuu
MMMMMMMMmmmmmmmmmmmmmm
Esco dal bagno e capisco che il verso proviene dal cubo, quel grido strozzato esce da sotto quel telo di seta rosso. Mi avvicino con circospezione, non vorrei che entrasse qualcuno. L’animale, sentendo i miei passi avvicinarsi, grida sempre più frequentemente e con un tono sempre più alto. Comincio a sentire il cuore che batte sempre più rapidamente, la paura non si è fatta attendere, e mentre mi immagino che sotto a quel telo riposi un enorme felino esotico, simile a quelli che disegnavo da piccolo (una vera ossessione) dopo averli visti nelle gabbie dello zoo di Milano, mi scontro con la realtà che, ancora una volta, supera la mia immaginazione. Spostando quel telo rosso si materializza davanti a me una gabbia quadrata, ma l’animale che emette versi al suo interno non è un leone e nemmeno una tigre. È qualcosa di più piccolo e più volubile. È un uomo, un ragazzo magro che dimostra meno di quindici anni e che, quando gli libero la bocca dal fazzoletto e dallo scotch che lo teneva fermo, mi dice di chiamarsi Pedro. [...]
[...] Lucia era pensierosa, ma erano gli stessi pensieri in cui ero assorto io. Semplicemente declinati in maniera diversa, più colta, grazie ad una metafora così eccezionale da non avere un tempo di scadenza.
- È incredibile il modo in cui tutto sia passato sopra di me, come tutto mi sia scivolato addosso, il modo in cui ho lasciato che queste cose si allontanassero da me, anche se avevo perso intere serate tra quei libri. Amando quei libri. E poi sono venute le materie economiche, la laurea, gli stage, e ho lasciato che tutto si allontanasse da me, come se avessero importanza solo poche cose. Merda, mi sembra di avere buttato via interi anni, di averli trascorsi a sopravvivere, più che a vivere veramente
- Ricominciare a vivere, ricordare, siamo qui per questo, non credi?
- Non ho più dubbi ora.
- Hai idea di dove possiamo andare se il nostro uomo non sa nulla?
- Chi è il nostro uomo? [...]"

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