29/06/11

21. L'afa non può soffocare anche le parole... Day TWENTYONE (29 giugno 2011)

Stiamo per salutare il mese di giugno, e sta per comniciare il countdown. Mancano una dozzina di giorni, viste le pause fatte e da fare lungo il percorso, e questo esperimento sarà concluso. Il caldo è devastante, le cose da dire sono tante, oggi mi sono dedicato a spaziare orizzontalmente, più riflessione e meno azione. Domani occorre dare una spinta alla storia, mi sembra che ci siano ancora molte questioni da affrontare, ma il tempo c'è. Il viaggio di Lucia e Simone continua, così come il loro cambiamento. Il vuoto del passato viene colmato dalle lettere della madre e dai ricordi di Valencia, a breve avremo anche un altro personaggio (per ora solo accennato), e un grande approfondimento sul padre. Si andrà a parlare di amore (parolone), scrittura (epistolare e in forma di diario), senso della realtà e verità... insomma i temi che accompagnano sin dall'idea ibrida iniziale il romanzo. Il caldo e la montagna di impegni, e la voglia di tempo libero, rendono questi giorni una lotta, ma mi sono imposto di non scendere dal ring! Ho apportato qualche modifica di tempo (da 10 anni a 5, ovvero siamo nel 2006), con il breve estratto (non riletto ahimè) si capisce (uno dei) perché, dopo averci pensato a lungo ritengo che dieci anni siano un lasso di tempo eccessivo, in particolare nel XXI° secolo. 5 anni sono sufficienti, e mi consentono di parlare di un'Italia meno connessa in rete, e priva di quel senso di speranza (e voglia di cambiamento)  che sembra stia finalmente affiorando...
La canzone del giorno e buona serata a tutti, a presto


"[...] Io e Lucia facciamo colazione nella prima stazione di servizio che incontriamo lungo l’autostrada. Abbiamo deciso di rimetterci subito in viaggio, ora che abbiamo una meta concreta ci è parso scontato rituffarci sull’autostrada e muoverci il più rapidamente possibile, non tanto perché temevamo l’insorgere di dubbi o di ripensamenti, piuttosto perché consapevoli del fatto che quella era la nostra strada, vogliosi di percorrerla divorando l’asfalto metro dopo metro.
Ordiniamo due crossaint e due caffè, e io mi metto a sfogliare uno di quei giornali gratuiti che ormai  si trovano un po’ dappertutto. Le notizie principali sono fatte di ricordi, ripetizioni di azioni già accadute tempo prima. Mi chiedo se sia più l’intenzione di ricordare, portando ad una riflessione sui fatti del passato, o se sia il vuoto dei giorni che stiamo vivendo, l’assenza di cambiamenti e azioni reali nel nostro presente, a far si che si parli sempre di altro. Di qualcosa di vecchio, di già passato. Come se il nostro tempo non potesse esistere se non con i modi di ciò che è già stato, ibridati dal nuovo modo di essere che ci è stato veicolato da un trentennio di nuova televisione. È come se vivessimo in un nosocomio attrezzato per la peste, quando oggi si muore di cancro e di depressione. I fogli che stringo tra le mani mi sembrano fatti unicamente di annunci mortuari, esortazioni all’impotenza dell’azione, di qualsiasi azione, e accettazione della realtà per come ci è descritta quotidianamente. In seconda pagina si continua a parlare del mondiale vinto dall’Italia lo scorso mese, del trionfo di Germania, dei nostri eroi che hanno sconfitto gli eterni nemici francesi. Ci sono immagini di feste di piazza, di folle con il tricolore, di urla di gioia e di striscioni che insultano nei modi più svariati la popolazione d’oltralpe. Mi chiedo che senso abbia tutto questo, che senso hanno queste offese, questo astio contro una popolazione della quale non si conosce altro che Zidane e la torre Eiffel. L’Italia che ho lasciato cinque anni fa, ammutolita e schierata dalla parte dei telegiornali, giusto perché creavano un’opinione facile e univoca giorno per giorno senza il bisogno di stare troppo a pensarci, l’Italia del G8 e di un ragazzo ucciso con un colpo alla testa da un poliziotto, non mi sembra cambiata. Dall’indignazione si è passati all’esultanza, senza correre il rischio di prendersi responsabilità, capaci di agire e trovare senso di appartenenza solo se schierati contro un nemico, o dalla parte di chi (ci dicono) sia più forte.[...]"

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