30/06/11

22. io SONO, io FACCIO... Day TWENTYTWO (30 giugno 2011)


 In apertura alcune brevi riflessioni sul “punto di vista dell’autore”. Un articolo di Repubblica (sezione Cultura), apparso lo scorso martedì, parlava di alcuni saggi che trattano l’argomento del punto di vista del narratore all’interno dell’universo della narrativa (fiction e non) contemporanea. Per farla breve si andavano a toccare gli argomenti C-S-S, da me riassunti in questa sigla che racchiude una triplice modalità, di cui si parlava nell’articolo:
Camilleri – Saviano – Scurati.
Tre nomi esemplari di tendenze o di modi di pensare, senza entrare nel merito dei singoli autori, di cui ho una conoscenza approssimativa, si può dire che ognuno di essi rappresenti o, nel caso di Scurati, abbia parlato (uno tra i tanti), delle tendenze del romanzo nei nostri tempi “morti”. E così salta fuori che quello che va per la maggiore è il romanzo di genere, per quanto rinnovato, e qui sta Camilleri (e ci stanno Lucarelli, Malvaldi, ecc), oppure il romanzo di non-fiction, in cui un super-Io come quello di Saviano (per dire il più celebre) si cala nelle vesti di guida e ci accompagna laddove a noi è impossibile entrare. Infine c’è ciò che per Scurati, tanto per parlare di un altro romanziere italiano, è un pericolo ormai divenuto realtà da tanti anni. Raccontare senza fare esperienza, vivere una vita mediata e poi riversare nei romanzi vite inautentiche, realtà mai esperite, al massimo sentite alla tv. Questo è un discorso molto interessante e complesso, anche io ritengo che, come persona prima di tutto, occorra fare esperienza. Avere amici che ne fanno altrettante e scambiare opinioni con loro. Altrimenti si finisce a parlare di cose di cui non si sa nulla, a pontificare distanti da una realtà che resta chiusa là fuori. Io ho la necessità, attualmente, di raccontare (scrivere) storie che parlino del presente. Non mi pongo, almeno mentalmente (poi c’è da fare i conti con le capacità…) limiti di generi e tematiche, sono aperto ad ogni genere che possa descrivere al meglio la storia che voglio raccontare. Da Palandri a Stephen King, da Dostoevskij a Palahinuk, da Ellis a Aldo Nove, ecc ecc. Ogni storia ha un suo stile, ha i suoi personaggi, così come ogni realtà e situazione di cui si va a parlare. Per raccontare la realtà di Oggi, le storie del presente, ho deciso (almeno per quello che sto scrivendo e che ho scritto) di utilizzare la prima persona, l’Io, non tanto perché siano miei diari autobiografici, quanto perché ritengo che, oggi più che mai, utilizzare un narratore onnisciente sia una falsità. Quando un romanzo che vuole parlare di Oggi, è scritto al passato remoto divento subito diffidente. Io credo che servano il presente, l’immersione in qualcosa che Non è già accaduto, e che dunque si vive in contemporanea col protagonista, e che debba essere vissuto in prima persona, una prima persona “contemporanea”, non un Io che racconta dall’alto della sua esperienza già terminata (al tempo passato). Un Io che si fa “io”, piccolo, incerto, pieno di domande. Per fortuna non tutti la pensano come me, altrimenti sai che palle tutti i romanzi scritti così! Il mio punto di vista, e il mio modo di esprimermi attraverso la scrittura, è questo. Almeno per ora, in futuro chissà…
Oggi ho una sonno boia, la mente va ed è dura concentrarsi, ma devo farcela. Inizio alle 16:15, al fresco della biblioteca. È necessario fare il punto, capire un attimo quello che è stato detto e integrare, ho notato che c’è poca descrizione degli ambienti, dovrò ovviare anche a questa cosa. Scrivo e sistemo alcune cose, e alle 18:10 mi fermo a quota 31.600 parole
Simone ricorda un’esperienza vissuta con il suo amico Nicola (che si è suicidato durante la sua assenza), ricorda il loro legame.
La canzone del giorno la dedico a un amico che non vedo da qualche tempo, ma con cui ho vissuto avventure degne di questa canzone e di una delle parti del romanzo scritte oggi. Però so che lui non si è ridotto male, e mi piace ancora ricordarlo così, perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane.
A domani...

Gli stretti cunicoli si diramano per diversi metri, uno dopo l’altro. Il primo sarà alto poco più di un metro, ma quello lo abbiamo già percorso diverse volte. Ci mettiamo carponi, io davanti e Nicola dietro, e camminiamo fino a che la galleria non incontra quella successiva. L’aria è stantìa, ci sono polvere e ragnatele dappertutto. La signora Franca, la nonna di Nicola, non perde l’occasione per ripeterci che ci sono un sacco di ratti liggiù, in cantina. Ma credo che lo dica più per scoraggiarci a perseguire le nostre operazioni top-secret, che non perché esistano reali pericoli. Ci vuole bandire da quel labirinto magico che ci fa sognare, che ci rende dei piccoli Indiana Jones, coraggiosi esploratori delle viscere di casa sua. Ovviamente io e Nicola non abbiamo mai nemmeno tenuto in considerazione l’ipotesi di obbedire, o semplicemente di farci intimidire da tali pericoli. Non appena avevamo finito di annuire davanti alla figura corpulenta di sua nonna, correvamo davanti al suo computer, uno dei primi IBM, e scrivevamo la nostra missione del giorno. Quel pomeriggio dovevamo essere giunti alla Missione Sottosuolo Numero Dodici, questa volta avremmo dovuto spingerci fino in fondo, fino a scoprire cosa si celava nell’ultimo cunicolo, quello più stretto e buio, quello che avevamo soprannominato lo Stretto del diavolo. Io reggo tra i denti una piccola torcia a pile, che proietta una luce flebile, in grado di illuminare una ventina di centimetri di fronte a me. Gattoniamo lentamente, evitando di procurarci grandi escoriazioni alle ginocchia. Il suolo è un ammasso di polvere, ruvido cemento ricoperto da strati di detriti, segno dell’ottuso passare del tempo. Nicola è dietro di me, lui regge tra le labbra la lastra di rame sulla quale abbiamo inciso il nome della missione e i nostri nomi. Quella è la targa da depositare in fondo allo Stretto del diavolo, il nostro trofeo, il segno che testimonierà il nostro passaggio. La prova tangibile che siamo due esploratori, che la nostra impresa è stata compiuta e che resterà lì sepolta per l’eternità. […]”

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