Oggi il blog si ravviva con un piccolo esperimento, oggi queste righe saranno scritte in stile Chuck Palahniuk, tanto per divertirci e omaggiare uno dei miei guru letterari.
Arrivano dalle province di Modena e Reggio, e da tutti i comuni limitrofi. Una ragazza vestita da geisha modifica la sua voce e la distorce, il suo socio crea suoni e li mixa, creando un loop che avvolge i presenti. È quello che chiamano Festival Arti Vive, la gente se ne sta seduta su rettangoli di gommapiuma, così da non sporcarsi i bermuda sull’erba. La reggia di Soliera sovrasta i concerti della serata. Siamo lì, io e Giulia, per vedere Tiziano Scarpa e i Marlene Kuntz. Chiamatelo reading, chiamatelo spettacolo, chiamatelo sperimentazione. Due musicisti, quattro o cinque strumenti, e uno scrittore che recita un racconto. Il tutto su un palco dotato di effetti luce, verde, rosso, giallo e viola, macchina del fumo e poco altro. Una settantina di seggiole bianche ospitano il pubblico. I vecchi del paese scuotono la testa e quando il cantante del gruppo spalla dice: “niente rock’n’roll, solo un’altra canzone pallosissima”, una donna risponde: “almeno se ne sono accorti anche loro!”. Il cantante dei Marlene siede tra il pubblico, ha la faccia emaciata e sincera del Cristo, i vestiti eleganti e distaccati di chi ha un po’capito i nostri tempi. E li canta. Dice con un amico che quando sei sul palco non puoi startene zitto, hai sempre un quarto d’ora, un maledetto quarto d’ora in tutto, in cui devi parlare, in cui devi avere delle stronzate pronte da propinare al pubblico. Faccio musica io, non sono un conduttore. Mi viene da pensare che ha ragione, che ormai è così. Ma io queste cose le so perché me le dice Giulia. Lei è seduta a un passo da lui. Una donna si avvicina a lui e gli stringe la mano, gli occhi le si illuminano, non so se lo abbia riconosciuto o se crede che sia Gesù Cristo. In entrambi i casi suscita ilarità in tutti i presenti.
I tre cantanti toscani scendono dal palco, un omone grasso, con un tatuaggio tribale che gli arriva fino al collo, fa le prove luci. Dopo mezz’ora lo scrittore e i due musicisti salgono sul palco, lui dice che ci racconterà una storia, che tocca a noi immaginarcela, creare con la mente un semaforo, un incrocio, una intera città. Parla di un tale che vuole lasciare un segno che cambi le cose, che non si accontenta della sua vita inutile. “ogni stagione si ripete così come il lavoro che lui fa: mette il sale in inverno, raccoglie le foglie in autunno, aspira il polline in primavera, toglie le piantine negli interstizi in estate. Autunno, inverno, primavera, estate. Foglie, ghiaccio, polline, piantine” dice, e nel mentre noi stiamo lì ad immeginarcelo. La serata si è fatta fredda, tutti di infilano la felpa che si sono portati da casa, chi non ce l’ha si stringe le braccia sullo stomaco alla ricerca di un po’ di tepore. I musicisti creano suoni con pianola, chitarra e violino. Lo scrittore continua a creare un mondo intorno a noi. Dentro di noi. Ma questa è un’altra storia.
Non si quanto sia realmente palahniukiano, è più il Chuck documentario di La scimmia pensa, la scimmia fa, che non l’immenso Chuck dei romanzi di fiction come Fight club, Rabbia, Soffocare, Survivor, Cavie, ecc.
Il mio occhio destro è di un colore rosso vivo, il collirio non basta più. Credo avrò bisogno di un giorno di pausa concordata, diciamo dopodomani, giunto a metà del lavoro: il quindicesimo giorno. Giusto per rilassarmi un attimo, non ha niente a che fare con l’arrendersi. È solo un’ipotesi per ora, vederemo domani.
Inizio a scrivere alle 10, in biblioteca, oggi Simone va da Amanda e scopre cos’è il “colpo grosso” di cui doveva parlargli…
Tornando al presente, Simone e Lucia cominciano il loro viaggio, e fanno tappa da un amico del padre, per scoprire dove può essere andato.
Alle 11.45 è fatta, si tocca quota 20.717 parole, obiettivo 20000 raggiunto!
Oggi la canzone del giorno è una delle quattro stagioni di Vivaldi, racchiusa in un video che avevo realizzato tempo fa. Il video riporta una parte di Stabat mater, il romanzo di Scarpa vincitore del Premio Strega 2009. Non ci resta che perderci tra queste melodie e queste magnifiche parole, e se passa vicino alle vostre città andate a vedere quello spettacolo!
A domani...
Un pezzetto dello scritto di oggi (sempre non riletto, c'è poco da fare, è una prima stesura)
Un pezzetto dello scritto di oggi (sempre non riletto, c'è poco da fare, è una prima stesura)
“[…]
- Amanda, ma è una follia. È la prima volta che lo faccio
- Tu verrai. Te la caverai alla grande, ti insegno tutto io, abbiamo una lunga settimana davanti
- E se qualcosa va storto per colpa mia? Quelli se pagano tanto si incazzano pure tanto, e non vorrei essere io quello che gli rovina la festa
- Simòn, tesoro, non ti devi preoccupare. Ormai è andata, anche perché abbiamo già confermato la nostra presenza.
Capisco che quel nostra include anche me, senza nessuna via di scampo. Finiamo il vino e ci sdraiamo nel suo letto, accarezzo le sue guance lisce, la guardo negli occhi e vedo che, per una volta, è felice, quella paura che spesso le torna a far visita la avverto distante, sconfitta, dimenticata. Almeno per ora. Sono stanco e la testa mi si riempie di pensieri, Amanda è già nuda e mi sta spogliando, la assecondo, partecipo fisicamente, ma i pensieri mi trascinano lontano da lì. Mentre lo facciamo mi domando come sono finito qui, mi spavento pensando alla mia morte natalizia e a tutto il resto che verrà. […]
[…]Franco Severi era un uomo di cinquant’anni, magro, con un occhio di vetro e le labbra serrate in un ghigno sinistro. Parlava poco e rideva ancora meno, passava il suo tempo nell’officina in cui lavorava da trentacinque anni, riparava macchine tedesche, che secondo lui erano le più buone da sempre. Questo mi ricordavo di quello che ritenevo essere il migliore amico di mio padre, o forse il suo unico amico, con cui si trovava al bar per fare due chiacchiere sul campionato e sulla politica. Alle otto svolto nel vialetto d’ingresso della sua officina, Lucia è accanto a me, guarda con ansia l’orologio, Max dovrebbe essere sotto casa sua a quest’ora, starà citofonando all’impazzata dopo aver constatato che il cellulare di lei è spento.
- Questo lascialo qui, non ti serve più
Le sorrido, voglio essere sincero con lei, il migliore amico che abbia mai avuto. Senza doppi fini, senza rischiare di farle ancora del male. Lucia sorride e si slaccia il cinturino, metto il piccolo orologio nel vano portaoggetti e chiudo a chiave, come se il tempo non ci riguardasse più, non ora, non noi due. L’orologio della macchina segna un’orario indefinito, probabilmente appartenente al fuso di Hong Kong, non avremo altri problemi durante il viaggio.
- Vuoi aspettare qui?
- Non ci penso nemmeno, questa storia credo che mi riguardi, ormai.
Lucia scende dalla macchina, oggi indossa una maglietta verde, jeans chiari e converse rosse. Quando l’ho vista uscire di casa vestita a quel modo non sono riuscito a trattenere un sorriso, chissà se tutto questo ci farà crescere, una volta per tutte, o se è solo un gioco, un’altra pausa dalla vita per giocare a sentirsi ancora ragazzini.
Avverto il solito odore da officina meccanica, olio, benzina, pneumatici. Entro e chiedo ad un ragazzo in tuta blu se può chiamarmi Franco, il ragazzo corre a chiamarlo e dopo alcuni minuti eccolo lì. Identico a come me lo ricordavo, i capelli più bianchi, le rughe più profonde a segnargli il volto, e il solito ghigno silenzioso.
- Ciao Franco
Mi squadra con l’occhio buono e mi fa cenno con la testa di parlare. […]”

Eccomi, finalmente più libero, perchè libero è proprio la parola giusta nel posto giusto (questo), ho tempo di dedicarmi al tuo blog e ai vari film in circolazione.
RispondiEliminaAmmetto che ho letto oggi tutto d'un fiato questi tuoi primi giorni di lavoro, e spero mi perdonerai, ma... ti sto seguendo e continuerò a farlo!!
Una cosa che mi ha colpito davvero sono soprattutto i tuoi incipit, o gli interventi a qualche commento lasciato nei vari post. Hai proprio ragione, è bello impegnarsi a fondo ed essere fieri del proprio lavoro, comunque vada a finire. Dare l'anima, insomma, non venderla (come va di moda oggi). E questa mi sembra già una bella risposta del tuo "esperimento" al trend moderno di adeguarsi e pensare che il futuro sia solo grigio e non nelle nostre mani.
Bravo, continua così. Nessuno ci toglierà mai la forza di sognare!
Chiudo con una canzone/consiglio nel link sul nome. Molti penseranno che è malinconica, ma personalmente mi è entrata in testa da vari giorni, nei (non tanti) momenti di relax, di riflessioni, di pensieri. E credo che in quelle note apparentemente così leggere ci sia una forza veramente incredibile che ci permetta, soggettivamente, di guardarci dentro e leggere la nostra vita... Forza Danny! un saluto
Mi è piaciuto da matti il fatto del togliersi l'orologio e chiuderlo in un vano portaoggetti. Mi spaventa tanto non avere cognizione del tempo, e quindi proprio per questo mi affascina.
RispondiEliminaBravoo e complimenti per la quotona raggiunta!
@ ValeG
RispondiEliminaGrazie Vale, qua ci metto sempre degli stralci presi un po' a caso, quelli che sul momento ritengo i più interessanti o quelli riusciti meglio. Non so bene se esistano ancora vani portaoggetti che si chiudono a chiave, ma l'orologio se ne sta lì... e loro due partono :)
@ Maran
RispondiElimina"Dare l'anima, insomma, non venderla (come va di moda oggi). E questa mi sembra già una bella risposta del tuo "esperimento" al trend moderno di adeguarsi e pensare che il futuro sia solo grigio e non nelle nostre mani.
Bravo, continua così. Nessuno ci toglierà mai la forza di sognare!"
Cito testualmente ciò che ritengo sia la cosa principale, subito dopo il romanzo stesso. Nessuno deve toglierci la voglia di esprimerci, mai. Ovviamente questo impegno richiede altri impegni, e una preparazione. Non ci si può mettere a scrivere così Tanto, da un giorno all'altro. è una passione che nasce dalla lettura, dalla ricerca costante, e questo è solo un piccolo esempio, per spronare le persone che conosco, e le migliaia che non conosco, a non farsi annichilire da tutto ciò che ci spinge verso il nulla, verso la stupidità e la banalità. Queste sono soluzioni a breve termine, che non pagano, e che creano una società di scontenti. Una società come quella in cui siamo cresciuti. Diamoci da fare noi per primi, e poi raccoglieremo tutti insieme i frutti dell'esserci messi in gioco. Finisco qui, grazie del sostegno, fa sempre molto bene! Grazie e a presto