27/06/11

19. Scrivere è vivere, ma che ansia... Day NINETEEN (27 giugno 2011)


La mattina corre veloce al campo estivo, il pomeriggio è da dedicare al riposo e alla scrittura. Si comincia alle 16:10 in biblioteca, al fresco dell’aria condizionata. Oggi la voglia è tanta, speriamo porti a risultati migliori di ieri…

Arrivo quasi a quota 30.000 parole. Alle 17:40 è fatta! Ora è tempo di mettere a posto un racconto, poi tutta la serata è libera. Facendo un piccolo bilancio sul metodo, posso ribadire che è snervante. La propensione all’invenzione, al riempimento della pagina bianca, ce l’ho. Neanche volendo lascerei una pagina bianca, le idee ci sono sempre (per fortuna), il problema è che scrivere così tanto ogni giorno, pur portando a risultati (anche qualitativi) soffoca la parte riflessiva, la creazione di un “grande disegno”. Questo esperimento sarà portato a termine, e aiuterà (me e chiunque lo userà) a interiorizzare ritmi di lavoro folli, però il metodo che preferisco prevede pause, letture, riflessioni. Il blog porta via altrettanto tempo, perciò vivo in uno stato ansioso, come se la mia più grande passione mi incatenasse. Devo tenere duro, probabilmente mi ritaglierò una pausa nel weekend, anche perché devo recarmi in quel di Parma per una web series, vedremo… l’obiettivo sarà raggiunto, ma Io necessito di pause, altrimenti è la (mia) fine. Un abbraccio, e una canzone del giorno, prima del romanzo (Simone si apre con Lucia durante il loro viaggio...). Infine un invito a commentare pubblicamente, qui sul blog. Molti amici mi mandano i loro pensieri via sms, innescati da qualche riga sul blog. Metteteli qui, non perché mi interessi veder aumentare il numero di commenti, ma perché è interessante condividere opinioni di persone intelligenti e pensanti quali io vi reputo!
A presto in attesa di domani e della visita dal dottore per guarire il mio occhio sinistro caludicante…!

“[…] - Credo sia la realtà, sono adulta ormai e cerco di vedere le cose con la massima obbiettività. Mi ritengo una persona oggettiva, non sono una stupida, ma forse è da troppo tempo che non ti vedo, forse stiamo solo cercando di riconoscerci

-   Tieni, dopo la doccia leggiti queste. Non chiedermi nulla, sta tutto scritto nelle lettere. Sono di mia madre, le ha scritte quando me ne sono andato, e non le ha mai spedite. Penso di avere capito perché, anche se fino al punto in cui sono arrivato, pare non avere ancora deciso se mandarle o meno. Ciò che è successo evita ogni dubbio, le ho trovate nascoste in casa, ma conoscendola sono convinto di sapere perché lo ha fatto.

-   Credi sia stata una sorta di punizione?

-   Al contrario, leggendo capirai. Mia madre era come un mulo, testarda e dura, ma anche capace di assumere su di sé pesi enormi, carichi mastodontici, che nessun altro sarebbe stato in grado di assumersi. E lo faceva silenziosamente, come se fosse una cosa normale. Credo che abbia deciso di tenermi lontano dal suo dolore, credo che abbia voluto preservarmi da ogni sofferenza, lasciandomi il tempo di assorbire la botta e ripartire, senza rendermi responsabile di alleviare un dolore che io stesso provavo.

Lucia mi ascolta in silenzio, prende le lettere che le passo, le prime sedici, e le custodisce tra le sue mani, come se quelle che le ho passato fossero qualcosa di molto più sacro che della carta con scritte sopra parole con un inchiostro nero. Le osserva e mi dice una parola, una sola parola, facendomi capire che quelle che stringe tra le mani sono il mio passato, sono una grande parte di me, e di mia madre, e condividendole con lei ho deciso di aprirle un varco, una piccola crepa attraverso la quale farsi strada dentro di me e provare a capirmi.
Grazie, mi dice mentre le appoggia sul cuscino e se ne va in bagno. E quando sento l’acqua della doccia scendere con violenza e schizzare le pareti trasparenti del box, mi rendo contro di essermi spinto laddove non ero andato mai. Nel corso degli anni mi ero accorto del mondo di menzogne in cui vivevo, ma l’aver preso coscienza dei miei problemi, l’aver analizzato la mia vita per la prima volta, non aveva significato avere il pieno controllo su di essa. Capire non significa agire, pensare significa esistere (dicono), ma esistere, essere, non significa immediatamente intervenire sul mondo per cambiare le cose. Se fino all’altro ieri avevo capito qualcosa in più su di me, e sulla mia vita, con questo viaggio, e poi con il gesto di qualche minuto fa, ho cominciato a riprendere possesso della mia vita. Ho deciso, ho agito. Ora non resta che aspettare e continuare a compiere scelte, per vedere in che modo, e in che quantità, saremo responsabili dei nostri destini. […]”

3 commenti:

  1. Il metodo di lavoro senza dubbio è snervante ma secondo me è eccezionale per riuscire a passare il confine tra "passatempo" e "lavoro", dove per "lavoro" intendo il processo per cui ci si impone di iniziare e finire una cosa in tempi definiti... Poi la riflessione ulteriore verrà con tutte le riletture che magari ti porteranno chissà dove; ma intanto la creatura, per quanto abbozzata, già esisterà dall'inizio alla fine! :)
    Questo periodo lunghissimo fondamentalmente mirava a dirti di non mollare ;)
    E comunque commento poco perché sono una veneta chiusa in se stessa e poco avvezza al contatto umano, ma ti leggo TUTTI i giorni :)
    Vale

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  2. ho impiegato anche un mese a scrivere una poesia di dieci versi.
    francesco

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  3. Grazie dei commenti, è sempre bello e produttivo parlarne! Io sto cercando una mia dimensione, se non mi do un metodo, e dei tempi, va a finire che mi perdo. Finché si tratta di racconti ci metto uno-due giorni, per la prima stesura, e tutto va bene. Un romanzo è qualcosa di grande, e richiede tempi precisi, altrimenti si perdono i fili, le idee si annebbiano, e si lascia incompleto. Questo esperimento è molto utile, mi fa (ci fa) rendere conto di come si possa giungere a grandi risultati in "solo" un mese, è un po' come scalare l'Everest. Una volta fatto quello, le altre imprese si potranno portare a termine con più calma e consapevolezza, credo.
    La poesia è un terreno che non conosco, e siccome sono autodidatta in gran parte della mia formazione letteraria, ritengo che non faccia per me. Capisco quanto tempo possa essere utilizzato per pochi versi, io ho passato mesi interi a leggere e scrivere (e lo faccio tuttora, ovviamente) domandandomi quale tempo verbale, quale stile, quali personaggi siano i migliori per raccontare la storia (e la realtà) che sto raccontando in quel momento. Sarebbe un'atrocità non porsi domande :)

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