12/06/11

5. Il diritto di esprimersi: SI SI SI SI, e poi SI scrive... Day FIVE (12 giugno 2011)


(aggiungo qui due Si alla spilla della foto)

C’è qualcosa di meglio di fare colazione alle 9, in una bella mattina di sole, e poi andare a esprimere la propria opinione? Oltretutto constatando che ai seggi c’è già molta gente alle 10, un brulicante formicaio umano in cui i partecipanti si suddividono in piccole file, per poi uscire seguendo il lungo corridoio della scuola elementare, lasciando spazio ad altrettanti cittadini-formica. Lo insegna anche la storiella, la formica è avveduta e pensa al futuro, i ruggenti anni delle cicale stanno finendo. Speriamo.
Sono fiducioso, ma sono anche scaramantico e quindi tocco ferro!
Dobbiamo (noi, cittadini) farcela!
Si comincia a scrivere tardi, a mezzogiorno, una sorta di aperitivo per fare venire l’appetito e speriamo che, più che mangiando, l’appetito venga scrivendo…

Oggi scopriamo alcune cose sulla vita di Simone a Valencia, sul modo veramente folle in cui ha conosciuto Amanda. Dopodichè Simone ritorna a casa, la casa dei suoi genitori. È deserta ora che sua madre è morta. Simone capisce che tutto è davvero cambiato, ora, nonostante all’apparenza l’appartamento non abbia subito modifiche nel suo aspetto. Ricorda per l’ultima volta quel giorno, capiamo diverse cose sulla sua vita “precedente” e su quando quel fatto lo abbia cambiato…

Mi fermo a 1674 parole, non è mia abitudine scrivere di domenica, la mattina ci sono sempre le grandi manovre casalinghe, il pomeriggio un po’ di relax e di sacrosanti affari miei… così lavorando in orari da aperitivo, un po’ alle 12, un po’ alle 19, ecco raggiunto l’obiettivo giornaliero.
Ci sono molte cose da fare, la salute va molto meglio dopo la reclusione totale di ieri, e questo Asian Film Festival ispira, nuovi punti di vista e nuove storie, molto differenti da quelle di noi occi(dentali) fanno sempre piacere e aprono la mente un poco di più.
In attesa di domani, ecco una dolce canzone del giorno (che credo abbia molto a che fare con tutto quello che sto scrivendo) e una manciata di parole frutto del lavoro di oggi… (alcune mie considerazioni di oggi mi hanno fatto tornare in mente un libro che già dal titolo è un piccolo capolavoro: L’ubicazione del bene – bene inteso sia materialmente che “spiritualmente” -  che  di Giorgio Falco. Grazie a Vale e Michi per il consiglio!)

[…]I miei erano stati in affitto per anni, per tutta la vita, e questa caratteristica, dovuta più alla sfiducia nei mutui che non a una vera e propria decisione, la trovavo eccezionale. Laddove quasi tutti i miei amici sarebbero stati vincolati a Reggio per molto tempo (liberarsi, in tutti i sensi, di una casa non è così semplice, e soprattutto è comodo tornarci pigramente ogni sera accettandola come una positiva condanna), io non avevo che un tetto a scadenza sulla mia testa. Avrei potuto andarmene quando volevo, il mio futuro non era preterminato da quell’ammasso ordinato di mattoni.
E così, ora che è finita la vita di mia madre, è finita la nostra storia all’interno di questa casa. Nel giro di qualche settimana, tutt’al più qualche mese, i muri sarebbero stati riverniciati, le finestre sostituite (queste sono veramente sottili e “ballerine”, come diceva mia madre), e le stanza riarredate dai nuovi affituari. La storia dei miei genitori era giunta alla conclusione, giusto il tempo dei titoli di coda durante il trasloco e quel luogo sarebbe divenuto un altro luogo, quelle mura avrebbero ospitato altre storie, mi auguro diverse dalla nostra, e questa storia – durata all’incirca tre decenni – sarebbe lentamente divenuta memoria, e poi, con la morte dei vicini e dei conoscenti, oblio. Questa presa di coscienza dell’assenza di senso nelle cose, negli oggetti di tutti i giorni, mi rende apatico. Mi metto a sedere nella sala da pranzo, i divani sono sempre gli stessi, e anche la poltrona su cui era solito sedersi mio padre a leggere il giornale la sera, prima di assopirsi davanti a qualche stupido reality che mia madre guardava per avere argomenti di discussione con la clientela dell’erboristeria (diciamo che questa è la spiegazione che mi sono dato, una sorta di giustificazione probabilmente), è sempre la stessa. Così come la clientela che passava in erboristeria, composta in gran parte da donne incapaci di accettare il normale trascorrere del tempo, capaci di abituarsi a tutto, e dico tutto, tranne che al naturale procedere degli eventi. Queste erano le donne (e negli ultimi tempi anche gli uomini) con cui mia madre aveva a che fare quotidianamente, aggrappati a un eterno presente e a qualsiasi mistura in grado di occultare il necessario passaggio del tempo. E poi, si sa, il cliente ha sempre ragione! […]”

2 commenti:

  1. Posto illegalmente parte di un commento, di una cara amica, giunto per mail (Vale G., mi tocca andare di iniziali visto il proliferare di Valentine), che ha colto uno dei Perché del sito, forse il più importante (questo lo scopriremo insieme, in futuro):

    Bè, ho letto tutto tutto tutto. Che dire? è una roba matta e intrigante! [...] E spero che tu lo finisca presto perchè già non sopporto più di non sapere tutto di Simone e che cazzo è successo all'inizio e come andrà a finire!!!! [...] io sto solo leggendoleggendoleggendo e non sto scrivendo niente da un bel po'. Il tuo lavoro penso che mi ridarà entusiasmo.
    Rimettiti caro! continuo a seguirti
    Vale

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  2. come dicevo in qualche commento fà, cercare di osservare se stessi porta anche alla comprensione della roba che c'è intorno a noi, spesso per quanto mi riguarda è merda. La sensazione di sbocco è irruente, io la coltivo con qualche buon alcolico e con la speranza di capire un giorno quale scelta sarà la più opportuna.

    abbinamento: visto che si parla di sensazioni di merda, penso che la scelta più giusta sia il sauvignon, gran vino bianco che però se annusato accuratamente ha quel caratteristico odore di piscio di gatto su una siepe. Mi pare una giusta metafora della vita, cose eccezionali nascoste da una facciata che porterebbe chiunque a desistere...

    Fabio (ANOamante)

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